È stato pubblicato per la prima volta nel 1976, diciassette anni dopo essere stato scritto, e non è un romanzo di fantascienza, benché Philip K. Dick non si smentisca e in Confessioni di un artista di merda assegni alla “science fiction” un ruolo nemmeno tanto secondario, per quanto ironico (autoironico?).
In Italia il romanzo è stato stampato per la prima volta nel 1996 da Fanucci, con un paio di ristampe sempre dello stesso editore nel 2002 e 2007. In questo momento io ho tra le mani una edizione più recente, del 2024, curata da Emanuele Trevi per Mondadori (Collana Oscar Moderni).
Un lungo viaggio, dunque, per queste 300 pagine circa: più di cinquant’anni dalla prima pubblicazione, quasi settanta dacché Philip K. Dick mise la parola fine al suo dattiloscritto. Eppure, raschiata via la polvere incrostatasi su anni che ci appaiono lontanissimi, questo romanzo può ancora dire la sua. Non entro nel merito della qualità della scrittura o dell’analisi dei temi cari all’Autore presenti anche in questo lavoro, sarebbe ridicolo vista la fama di Philip K. Dick e la quantità di critica letteraria spesa a suo favore o a suo detrimento. Di questo romanzo mi interessano alcuni aspetti, che mi sembrano ancora oggi utili a capire la nostra società.
Il racconto di una provincia americana alla fine degli anni Cinquanta, per esempio, non è troppo dissimile per certi aspetti dalla vita nelle tante provincie dei paesi del cosiddetto primo mondo globalizzato in questa prima metà del XXI sec. – nel romanzo siamo a Drake’s Landing, una località abbastanza vicina a San Francisco da poter essere raggiunta comodamente in auto, ma distante quanto basta da configurarsi come un mondo a parte, un mondo chiuso.
Attuale, a mio avviso, è anche il garbuglio interiore che contraddistingue i personaggi. Sfocerà in distruzione, autodistruzione e desiderio di uccidere oppure nell’isolamento, nella scelta di estraniarsi dalla realtà – e qui fa capolino non proprio la science fiction, quanto quella pseudoscienza che ha a che fare con misteriose mitologie: una Atlantide scomparsa, un Cimitero Perduto di Elefanti, milioni di dollari in oro e gioielli colati a picco nel Mare dei Sargassi, gli UFO… A sguazzarci dentro è proprio l’artista di merda del titolo, cioè Jack.
Jack è uno squattrinato, uno che non si sente mai a casa sua da nessuna parte per colpa, a dargli retta, della Seconda guerra mondiale, che all’epoca del liceo gli ha sconvolto la vita, e come a lui a tutta la sua generazione. Jack, considerato semplicemente «fuori di testa» dalla sorella Fay, l’altra protagonista del romanzo, osserva, annota, studia, si propone di trattare con metodo scientifico qualsiasi situazione gli capiti, compresa l’implausibile, paventata, prossima fine del mondo per volontà di creature extraterrestri.
Un pazzo o una sorta di nerd ante litteram?
Al contrario è Fay, giovane donna poco più che trentenne per nulla incline a voli pindarici. A differenza del fratello, lei sa esattamente cosa vuole, e quello che vuole è quello che le è stato insegnato a volere: una casa bella e grande e abbastanza soldi per pagare i costi di tutto l’ambadaran: l’immancabile analista, la Buick personale, i corsi di ceramica, quelli di danza, abiti per sé e le due figlie, succose bistecche con l’osso da arrostire sul barbecue… insomma, i simboli del successo americano contornato da Martini, sigarette e promazina. Il problema è che per avere tutto questo Fay ha dovuto dotarsi di un marito ricco, che tiene in pugno ma che non considera e non sopporta proprio per il fatto che lui accetta di essere manipolato.
«Non puoi mettermi al mio posto? Io voglio che tu mi dica cosa devo fare. Pensi che possa rispettare un uomo che si fa mettere sotto da me?»
Fay cerca ogni pretesto per provocare e umiliare il marito Charlie. Il top? Mandarlo regolarmente, di proposito, a comprare i Tampax, ben sapendo quanto lui lo consideri imbarazzante. Charley la asseconda, ma poi si detesta per averla assecondata. Si rode. Quindi la picchia. Poi la blandisce. Quindi torna a detestarsi per averla cercata. Il tutto in una massacrante giostra di amore e odio che lo porterà a progettare di uccidere la moglie.
Una relazione tossica, come quelle di cui leggiamo spesso in cronaca.
Infine c’è Nat, l’amante, combattuto tra quello che vorrebbe essere e diventare – completare gli studi universitari, vivere con quel tanto che gli è sufficiente insieme a Gwen, sua moglie – e quello che invece fa ed è disposto a fare per la dispotica Fay. Ha già introiettato il giudizio di lei: non è nient’altro che uno «sfigato». Il prezzo della sua capitolazione è altissimo, ma il fatto di non essere più padrone della sua vita è per Nat soltanto «un po’ imbarazzante. Tutto qui».
«Non avvertiva più il timore, la consapevolezza di essere stato trascinato contro la sua volontà in una situazione costruita per il vantaggio di un’altra persona.»
Confessioni di un artista di merda ci mostra lo spaccato di una umanità eterodiretta dal sistema economico e sociale americano, che si serve di ogni mezzo per ribadire che la felicità è frutto soltanto dell’impegno individuale – maschile – ed è direttamente proporzionale ai beni posseduti. Dai soldi conseguono il maggiore o minore potere e la rispettabilità all’interno della comunità.
Tra le righe assistiamo alle azioni di automi, il cui unico scopo sembra essere quello di attenersi a un copione già scritto, costi quel che costi. Più o meno inconsapevole di sé, ciascun personaggio del romanzo si dibatte, profondamente solo, nel vuoto pneumatico di una esistenza che indossa come un abito.
Sono passati parecchi lustri dal 1959, siamo nell’era della tecnologia che Philip K. Dick ha immaginato in altri suoi iconici romanzi e ho l’impressione che qualcosa non quadri: gli androidi sono milioni e stanno dando la caccia agli umani. Dalla fantascienza siamo passati all’horror.