Il tabù della sifilide

Nell’affresco della società scandinava della seconda metà dell’Ottocento, che fa da sfondo alla biografia della scrittrice svedese Victoria Benedictsson, alias Ernst Ahlgren, le dispute sulla morale sessuale e il ruolo della donna dentro e fuori dal matrimonio risultano essere uno dei principali argomenti di interesse degli intellettuali e scrittori dell’epoca (Elisabeth Åsbrink, Il mio grande, bellissimo odio, Iperborea, 2025, trad. a cura di Katia De Marco).

Tra i diversi punti di vista spiccano quelli di personalità eminenti come Henrik Ibsen, August Strindberg, Georg Brandes, Bjørnstjerne Bjørnson, Elisabeth Grundtvig che, oltre che con le loro opere – testi teatrali, saggi e romanzi – non esitano a scontrarsi ferocemente, pubblicamente, sulle pagine dei principali quotidiani nordeuropei: Politiken, Morgenbladet e Daghbladet.

Partendo dalla propria esperienza di vita, la stessa Victoria Benedictsson si interroga sulla sua condizione di donna assoggettata alla potestà maritale e sulla impossibilità per lei, autodidatta, di ritenersi compiutamente artista, riconosciuta tale in un ambito dominato da figure maschili.

A distanza di un secolo e mezzo impressiona il fatto che sia la scrittrice svedese – in particolare nelle note private e nelle corrispondenze epistolari – sia i suoi contemporanei non si limitino a discutere di morale sessuale soltanto in teoria, ma ne analizzino le implicazioni e le conseguenze. Prostituzione e diffusione delle malattie veneree sono temi trattati senza falsi pudori, almeno all’interno delle cerchie intellettuali.

Oggi come oggi di questi argomenti non si parla più, è come se non esistessero. Ma in Italia le malattie veneree sono scomparse?

I dati del Sistema di Sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) relativi al 2023, parlano chiaro: le diagnosi di gonorrea sono cresciute dell’83%, quelle di sifilide primaria e secondaria del 25% (con un picco più alto del 27,9% rispetto ai dati del 2016), mentre la clamidia ha registrato un +21% soprattutto tra la popolazione giovanile compresa tra i 15 e i 24 anni e gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM).

Forse ci sarebbero buone ragioni per avviare una adeguata campagna di comunicazione e prevenzione.

Già nel 2016 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblicava un aggiornamento delle linee guida relative al trattamento delle Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST) e lanciava un allarme.

Le nuove linee guida mettevano in rilievo come negli anni precedenti la resistenza delle IST ai trattamenti antibiotici fosse aumentata rapidamente a causa di un uso scorretto o inappropriato dei farmaci. L’OMS sottolineava la necessità di usare il giusto antibiotico, al dosaggio corretto e per il tempo necessario al trattamento delle infezioni, sollecitando al contempo tutti i Paesi a monitorare le resistenze antibiotiche nel proprio territorio.

Che cosa si è fatto in merito, da noi?

Poiché il tema delle IST continua ad avere a che fare con la morale sessuale, esattamente come descritto nel saggio della Åsbrink citato più sopra, è l’orientamento ideologico della società e dei governi a deciderne pubblicizzazione ed eventuali strategie di contrasto. In Italia, sebbene tali infezioni colpiscano in modo particolare i gruppi più vulnerabili, cioè i giovani, le donne e i migranti, l’argomento è tabù. Del resto, se un connazionale su dieci rinuncia a curarsi – secondo l’ISTAT si tratterebbe nel 2024 di quasi 6 milioni di persone, perlopiù donne e over 65 – come possiamo pensare che gonorrea, clamidia, sifilide, HIV, infezioni considerate a tutt’oggi “vergognose”, trovino canali di comunicazione e finanziamenti per l’adeguata formazione di operatori sanitari e una prevenzione efficace ed omogenea?

Da qualcosa si potrebbe comunque partire, e senza grandi esborsi di denaro. Un piccolo passo. Se i preservativi maschili, infatti, sono diffusi e facilmente reperibili, poco o niente si è fatto in questi anni nel nostro Paese per informare le donne dell’esistenza dei preservativi femminili.

Quante sono le donne italiane che conoscono il femidom?

Il femidom è un profilattico femminile che si usa sia come contraccettivo sia a protezione dalle infezioni sessualmente trasmissibili. È venduto in farmacia, nei siti online specializzati e nei sexy shop. Lo si può reperire gratuitamente, inoltre, presso una qualsiasi sede della LILA (Lega Italiana per la Lotta contro L’AIDS). All’estero, oltre che in farmacia, è talora distribuito direttamente nei consultori. Oltralpe, in Francia, il femidom è stato oggetto di campagne di informazione specifiche che ne hanno reso accessibile il prezzo, mentre in Brasile il governo lo distribuisce gratis a tutte le donne che lo richiedono.

I motivi per cui il profilattico femminile dovrebbe essere sponsorizzato anche in Italia riguardano, innanzitutto, la salute pubblica, ma a quanto pare dagli anni Novanta del secolo scorso parlare apertamente di sessualità è diventato sempre più difficile nel nostro Paese, quando non ritenuto addirittura sconveniente o anacronistico. Si registra sicuramente una maggiore apertura alle tematiche della sessualità, omosessualità e LGBTQ+ da parte della Generazione Z, ma bisognerebbe interrogarsi su qual è la cornice esperienziale della loro fruizione. Molto spesso impreparati alla gestione delle relazioni, ai ragazzi basta un click per avere accesso a tutto quello che viene pubblicato in rete, comprese disinformazione e manipolazione. Cosa si può fare? Non esistono ricette facili, ma non è certo nascondendo la polvere sotto il tappeto, evitando di affrontare le questioni, che si rende un buon servizio ai cittadini, specialmente quelli più a rischio.

Cover: Egon Schiele, Auf dem Rücken liegende Frau, 1914.

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