Secondo Alex Langer, la politica avrebbe dovuto essere rimessa al primo posto «per evitare che tra 20-30 anni ci si debba trovare davanti alle rovine di una ex-Europa o davanti ad un nuovo superstato che ripercorra il cammino di infauste grandi potenze del passato». Questo dichiarava, il 17 maggio 1995, il parlamentare europeo nel suo Discorso a nome del Gruppo Verde del Parlamento Europeo sulla riforma dei trattati dell’Unione, tenutosi a Strasburgo.
[in Fabio Levi, In viaggio con Alex. La vita e gli incontri di Alex Langer (1946 – 1995), Feltrinelli, 2007.]
Non si trattava di una profezia, ma del risultato di una lucida analisi delle posture e delle scelte europee attraversate con indefesso lavoro di ascolto, di tessitura di relazioni, di proposte, di iniziative. Attraversate fino all’ultimo con altrettanta, indefessa speranza.
Puntuale, la lungimiranza di Langer si è tragicamente concretizzata. L’Europa balbetta in preda ai nazionalismi, spolpata dalle lobbies, umiliata da bulli che in nome del business si credono di poter fare e disfare.
Il diritto internazionale, i trattati? Carta straccia.
L’ultima sortita del Bullo Number One: l’attacco al Venezuela. E che cosa fa l’Europa? Approva, motivando l’azione del presidente a stelle e strisce come legittima difesa degli interessi dei cittadini americani: Trump avrebbe agito contro il narcotraffico.
Mentono tutti, sapendo di mentire. Ma è proprio il Bullo Number One a sconfessare i nostri burocrati falsi, intruppati, domi: siamo qui con le nostre compagnie petrolifere per estrarre tutto l’oro nero che Maduro non sapeva estrarre e lo venderemo a tutto il mondo, Cina compresa, afferma senza remore nel suo discorso pubblico, da Mar-a-Lago, il giorno dopo la “presa” del Venezuela.
Mentono tutti, sapendo di mentire. Il narcotraffico è stato un pretesto – il Venezuela non è certo tra i maggiori responsabili dei traffici internazionali. Il regime di Maduro e i diritti umani calpestati? Un paravento. I venezuelani? Non si pensi che all’élite industriale americana e internazionale interessino più di quanto interessi loro la distruzione di Gaza e la inarrestabile, devastante e mortifera occupazione della Cisgiordania da parte dell’altro bullo “amico”, in Medio Oriente. O la distruzione dell’Ucraina. Oppure…
Di fronte al mondo, da Mar-a-Lago, Trump si è esibito nella consueta, trita, penosa autocelebrazione cui ci ha ormai abituati, farneticando di venezuelani inviati dal regime di Maduro a terrorizzare le strade americane, farneticando di ristoranti finalmente sicuri in tutta Washington DC. Ha poi messo in guardia il Venezuela da un secondo attacco, ben più devastante, se opporrà resistenza. Saranno gli americani a gestire il Paese, ha affermato. In barba al diritto internazionale, Trump – che con un escamotage ha bypassato anche il Congresso degli Stati Uniti – si sente in diritto di calpestare la sovranità di uno Stato, di qualsiasi stato. Infatti, facciano ben attenzione Cuba e tutti gli altri, si è sentito di aggiungere il Presidente, perché potrebbe venire anche il loro turno. Tempo al tempo.
Ma che cos’ha, mi domando, questo pifferaio magico per far pendere dalle sue labbra, dai suoi repentini cambi di rotta, il mondo intero?
Ad ascoltarlo si ha l’impressione di assistere alle esternazioni sguaiate di un gradasso, sicuramente non di uno statista. Su che cosa può quindi basare la sua tracotanza e la sua faccia tosta, Trump? Su armi ed esercito, su una supremazia bellica che gli ha finora consentito – e sottolineo il finora – di esercitare impunemente il “diritto della forza”, un diritto che di questi tempi pare sopravanzare la “forza del diritto”, retaggio illuminista, faro delle società occidentali.
Ma non può essere soltanto questo. Il mondo è dunque sotto un incantesimo? No. Uno dei motivi è che i politici ignoranti e corrotti, che non sanno guardare se non al presente, al proprio tornaconto, sia esso in termini di consenso popolare, sia esso in termini di privilegi economici, sono sempre più numerosi. Popoli governati da persone di così bassa levatura, votate esclusivamente al potere, non soltanto ristagnano nell’ignoranza e nella corruzione di piccolo cabotaggio, ma sono popoli destinati fatalmente alla guerra.
A proposito di Simone Weil, Nadia Fusini scrive: «Intorno a sé Simone avvertiva una strana atmosfera: cresceva l’infelicità, cresceva l’ingiustizia, ma soprattutto cresceva il ‘carattere irreale’ della maggior parte dei conflitti […] Le guerre si scatenavano così, grazie a delle parole false».
[Nadia Fusini, Hanna e le altre, Frontiere Einaudi, 2013.]
Ecco la falsità della propaganda, la falsità delle parole.
A vederli tutti così schierati davanti a microfoni e telecamere, bulli e bulletti, tutti insieme con le loro facce comprese, le borse sotto gli occhi e le pance, i portafogli gonfi e le cravatte rosse, mi domando, come sempre mi sono chiesta in situazioni simili: dove sono le donne? Se compaiono, quando compaiono, sembrano sparire nell’insieme. Hanno completi uguali a quelli dei bulli, sebbene a tinte pastello e, purtroppo, non fanno la differenza. Né in Italia, né in Europa.