«Io sto col poliziotto»

Lo ha affermato il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, a seguito dell’uccisione di un giovane uomo nordafricano, il 26 gennaio scorso, da parte di un poliziotto durante un controllo antidroga a Rogoredo, quartiere della periferia sud-est di Milano.

Contestualmente, il leader della Lega ha anche annunciato che nel nuovo pacchetto sicurezza è stata prevista «una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi».

L’affermazione e la presa di posizione di Matteo Salvini sono gravissime.

La linea politica su temi come la sicurezza e l’immigrazione del leader della Lega è nota. Dove sta, quindi, il problema?

Sta nel fatto che il “Capitano”, come lo chiamano i suoi sostenitori, è anche vicepresidente del Consiglio nonché ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti della Repubblica italiana. Ciò sta a significare che come tutti gli altri ministri di qualsivoglia governo in carica, anche il “Capitano” ha prestato giuramento, bontà sua, sulla nostra Costituzione che, tra gli altri,  all’Art. 109 delinea il fondamento normativo in materia di autorità e polizia giudiziaria italiane.

«…l’origine di questa prescrizione costituzionale […] nasce dall’esigenza fortemente avvertita nell’immediato secondo dopoguerra in Italia […] in seguito agli abusi commessi dal regime fascista durante il periodo monarchico-statutario.»

Tornando a bomba, che cosa prevedono il Codice di procedura penale e le circolari ministeriali in merito a fatti come quello accaduto a Rogoredo?

Prevedono l’immediato avvio di un’indagine, la cui direzione è affidata al Pubblico Ministero (PM) della Procura della Repubblica presso il Tribunale competente per il territorio.

Tra gli atti dovuti, la legge prevede che all’indagato, in questo caso il poliziotto, sia formalizzato un avviso di garanzia, in modo che l’agente possa nominare i suoi consulenti tecnici durante gli accertamenti (non ripetibili). Si prevede, inoltre, il sequestro dell’arma d’ordinanza e dei bossoli per le perizie balistiche.

Questa, in estrema sintesi, la procedura.

Dire sto col poliziotto o, al contrario, dirsi contro il poliziotto, è chiacchiera da bar.

Non si tratta, infatti, di essere pro o contro il poliziotto che ha sparato, si tratta di applicare la legge. Che è uguale per tutti (Art. 3 della Costituzione italiana) e consente a tutti le stesse garanzie di imparzialità, sia a chi ha precedenti penali sia a chi indossa la divisa.

Questo il vicepresidente del Consiglio dovrebbe non solo saperlo, ma anche farsene portavoce, dato l’alto incarico istituzionale che ricopre.

Il fatto che dell’ucciso si dica che era uno spacciatore “già noto alle forze dell’ordine” non può essere usato dalla stampa, da un ministro o da chiunque altro per “giustificarne” la morte. O siamo ormai entrati nell’ordine di idee che esistano morti di serie A e morti di serie B? Se questo fosse l’assunto, con quale criterio e a chi spetterebbe stabilire l’appartenenza dei morti all’una o all’altra categoria?

Dai “decreti sicurezza” voluti e approvati da questo governo alla proposta di conferimento alla polizia giudiziaria di ulteriori prerogative: è il modo giusto di affrontare la complessità delle nuove istanze sociali?

A mio avviso, la polizia giudiziaria non può e non deve essere esentata dal rispondere delle sue azioni. Se un agente spara per legittima difesa, ciò deve essere dimostrato. Non può e non deve essere un esponente di governo a sostituirsi alla magistratura. Personalmente trovo immorale fare propaganda e raccattare voti in nome di un nemico, di volta in volta diverso: lo Zingaro, lo Stupratore, il Ladro, il “Maranza”…

Lo stiamo vedendo da giorni, quello che succede negli USA con l’ICE, il corpo speciale anti-immigrazione che risponde al Presidente Trump. Dal Minnesota a Washington DC si susseguono, imponenti, le manifestazioni contro questi reparti, che hanno agito e agiscono mascherati nei confronti di tutta la popolazione, indiscriminatamente e godendo di totale impunità.

Davvero ci piace questo modello? 

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