Sono andata a vederlo anch’io, il “bellissimo film” basato sul romanzo di Maggie O’Farrell. Dopo il trionfo ai Golden Globe 2026 come miglior film drammatico ed essersi aggiudicato il “Grolsch People’s Choice Award” al Toronto Film Festival, Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao ha collezionato ben sei nomination nelle categorie principali e altre due in quelle tecniche, per un totale di otto candidature all’Oscar.
Ne parlano tutti. Osannandolo. Non sono d’accordo.
Il film è certamente l’espressione degli standard più alti dell’industria cinematografica americana e inglese. Chloé Zhao e il team che l’affianca sono una macchina da guerra: regia eccelsa, sceneggiatura e colonna sonora ottime… e naturalmente il romanzo di partenza: perfetto. È tutto proprio come deve essere per una pellicola che ambisce a vincere l’Oscar. A fare profitti.
Ma cosa c’è dietro?
C’è un cliché che si perpetua: quello della madre sacrificale. In Hamnet lei è bella e selvaggia, e completamente votata ai suoi figli.
Piace a tutti, no?
A me non è piaciuto.
La madre bella e selvaggia del film ci viene presentata come una specie di strega, in comunione con rapaci e foresta. È una donna volitiva, che non si cura di quello che dice la gente. Sembra che abbia persino il dono della preveggenza, ma è un altro cliché legato alla figura della maga, perché in realtà non è che ci azzecchi granché.
Agnes è natura, forza della natura. Ed è amore, amore viscerale per la sua progenie.
Mentre tiene tra le braccia la sua neonata, seconda di un parto gemellare, che forse è morta o forse no, Agnes dichiara che non la lascerà andare, non lo permetterà. E dopo qualche istante, magicamente, la sua piccola piange, torna alla vita. Si è trattato di un miracolo di madre o di asfissia neonatale risoltasi felicemente? Non importa, sullo schermo funziona alla grande.
La protagonista di Hamnet è sigillata dentro il fortino della maternità santificata. È l’incarnazione della grande madre.
Agnes non seguirà mai il marito, William Shakespeare, a Londra. Teme che nella caotica capitale i suoi tre figli possano ammalarsi. Resta quindi a Stratford-upon-Avon, nella “più bella casa” che le ha comprato il marito nella cittadina dove è nata. Ci resta senza William, di cui attende i ritorni tra una stagione teatrale e l’altra come un’antica Penelope. Ma apparentemente appagata.
Tra le urla dei parti, le pozioni, le uova da sbucciare, e situazioni tipo “famiglia del Mulino Bianco”, il film arriva infine all’immancabile tragedia, con tutti gli annessi e connessi del topos specifico, cui segue l’altrettanto immancabile e classica catarsi – certamente, nel film, un cameo teatrale stupendo.
Dal punto di vista politico – sempre che di questi tempi si possa ancora parlare di politica – l’ho trovato un film falso, che mette in scena un’idea anacronistica di madre, un’idea soffocante e funzionale a ideologie che mitizzano le madri per confinarle in un ruolo che non ammette sfaccettature e complessità. Un’operazione culturale incessante, non solo in questa narrazione cinematografica, che le donne madri vivono sulla loro pelle e che pagano con frustrazione, senso di colpa e inadeguatezza, con fatiche fisiche, solitudine e disagio psicologico.
Ignorate.
Infine: qual è il senso di questa fiaba da Oscar che incanta i cinefili in un panorama in cui migliaia di madri stanno perdendo ogni giorno i loro figli per le bombe, la fame e le malattie nei sempre più numerosi e vasti teatri di guerra del pianeta?
Cover: locandina del film Hamnet. Per gentile concessione a scopo di critica e rassegna.