Botanica e lepri: libri da meravigliarsi

Qualche volta i libri che abbiamo per le mani intrecciano tra loro un dialogo. Ultimamente mi è parso che fosse il caso di Botanica della meraviglia. Coltivare lo stupore alla fine del mondo (Maura Gancitano, Andrea Colamedici, HarperCollins, 2025) e Io e la lepre (Chloe Dalton, Neri Pozza Bloom, 2026). Di che cosa abbiano parlato sarebbe presuntuoso dire sintetizzando, anche perché ciascuno ha orecchie proprie e proprie facoltà di ascolto, quindi mi limiterò a riportare qualche frammento che ho inteso orecchiando. Quel poco che, dilatandosi in tempo di lettura quieto e a suo modo avvincente, mi ha regalato una tregua, del conforto e istanti di pura gioia. Non poco, di questi tempi.

Entrambi i libri partono dall’osservazione: di ciò che sta succedendo nel mondo, «di ciò che continua a fiorire nelle crepe dell’apocalisse», il primo; di ciò che succede in un piccolo giardino delimitato da un muro di cinta, il secondo. Il primo libro cerca e stana la meraviglia, il secondo la scopre man mano.

Filosofie del contemporaneo, intelligenza artificiale, tecnologia, identità, gioco e bellezza: Botanica della meraviglia prova a stare nella perdita di senso di quest’epoca annidandosi e lavorando sulle crepe di un sistema di annientamento delle coscienze che pare pervasivo e inarrestabile. Citando Hölderlin in esergo, gli Autori ne abbracciano la linea programmatica: «È nell’apice del pericolo che cresce anche ciò che salva».

In Io e la lepre, scritto in prima persona, Chloe Dalton sembra non correre alcun pericolo. Ha una bella carriera come specialista di comunicazione e di politica estera, fa base a Londra e viaggia spesso da un capo all’altro del mondo, talvolta anche per mesi. Capita che il lockdown la costringa a fermarsi, a lavorare da casa, dalla campagna, dove ha acquistato e riconvertito ad abitazione un vecchio rustico. È qui che l’Autrice incontra la lepre, destinata a diventare la sua personale soglia di accesso a un nuovo modo di vivere. «C’è stato un tempo in cui non sapevo nulla delle lepri e a malapena le consideravo. Lo stesso vale per molti altri aspetti della vita che ho scoperto grazie a questa esperienza», scrive la Dalton.

Ascoltandoli conversare tra loro, i due libri mi sono sembrati concordare più volte, seppure con accenti diversi, in particolare su un punto, cruciale e del tutto controcorrente: la gratuità del gesto che non produce valori misurabili sia in termini economici che di rilevanza culturale e il suo valore liberatorio.

A proposito della pratica della lettura collettiva, sperimentata attraverso il “social reading” – uno degli interstizi possibili mutando la destinazione d’uso di social come TikTok – Botanica della meraviglia affermava come queste pratiche ci insegnino che «i gesti più potenti sono spesso quelli che non pretendono nulla e che non ci chiedono neppure un modo giusto da rispettare, ma solo la disponibilità a essere presenti, a condividere lo spazio senza invaderlo e a sostenere senza soffocare».

Io e la lepre gli faceva eco.

Raccontando dell’animale, la Dalton scriveva: «Non le ho dato un nome, non la tratto come un animale domestico e di rado la tocco. Arriva quando vuole e non è mai obbligata a restare. […] Il senso di meraviglia che la lepre ha acceso in me continua a brillare, rivelandomi che aspetti della mia vita un tempo ritenuti granitici sono invece malleabili come cera, pronti a essere modellati o rimodellati».

Un saggio e un memoir, ma come scriveva Henry David Thoreau, le vie sono tante «quanti sono i raggi che si possono tracciare da un unico centro» (cit. Io e la lepre). L’obiettivo di entrambi, saggio e memoir, mi è sembrato comune: il loro chiacchierare pagina dopo pagina non era altro, infatti, che un inno alla vita così com’è.

«La vita è CON la morte, la include e la attraversa» ha detto a un certo punto Botanica della meraviglia. «Quando accettiamo questa totalità, quando smettiamo di dividere l’esistenza in ciò che vogliamo tenere e ciò che vorremmo espellere, allora si apre quello spazio di pienezza che Spinoza chiamava eternità: non una durata infinita del tempo, ma una qualità dell’istante presente quando è colto nella sua necessità assoluta.»

Quindi è nel pensiero resistente che esplora, sconfina, gioca e si diverte, che osserva e si auto-osserva, che diverge, e negli atti che ne conseguono, che possiamo trovare una «pienezza che nessuna catastrofe può toglierci.»

Io e la lepre ha ribadito lo stesso punto di vista in parole più semplici: «C’è una gioia sottile, un senso di ottimismo indomabile nel sapere che, per quanto breve possa essere la vita di ciascuno, non è la fine. La nostra più grande virtù, in quanto esseri umani, è la capacità di apprendere; quella degli animali selvatici è una resilienza stupefacente». Dopo una pausa ha aggiunto: «Nella combinazione delle due intravedo la possibilità di una rinascita».

Botanica della meraviglia e Io e la lepre hanno proseguito poi a scambiarsi opinioni e idee ancora a lungo. Ironici, divertiti, poetici, riflessivi, a me che origliavo, i due hanno ricordato che la Bellezza non è un concetto astratto: la Bellezza dipende sempre, infatti, da noi, da come ci adoperiamo a lucidare la “lente” del nostro sguardo. Apocalisse o no, possiamo ancora provare a salvarci.

Cover: acquerello originale dell’autrice. © Emanuela Scuccato – Tutti i diritti riservati.

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