È successo in un’altra epoca della mia vita, credo fosse proprio un’altra epoca del mondo.
La cornice è l’estate, il sole impietoso di agosto – o forse era luglio? – in fondo non fa differenza. La stazione sul lago è piccola, vuota se non fosse per due ragazze sedute all’aperto, fuori dall’unica stanza che è tutta la stazione, le spalle poggiate contro il muro sfarinato ocra, le gambe ricoperte di peli esibiti con naturalezza. Non sono italiane e io immediatamente solidarizzo con i loro peli, le gonne sgualcite, gli occhiali, gli zaini smisurati – come faranno a caricarseli sulle spalle? – accucciati ai loro piedi sulla grisaglia della banchina. Solidarizzo con tutto, di loro. Sono ragazze che non somigliano per niente a quelle che incontro tutti i giorni in centro a Milano: frettolose, senza un pelo fuori posto. Di certo senza peli sulle gambe – e neanche sulle ascelle, peraltro.
Mi riscuoto. C’è da incamminarsi per raggiungere la casetta che ho affittato per un paio di settimane, una breve vacanza. Niente auto, non ce l’ho, e la casa sta in collina, sopra il lago. Per arrivarci bisogna prendere un sentiero costeggiato da orti, piccoli giardini, cespugli e, via via che si sale, alberi. Mi esalto per i colori lisergici delle melanzane e dei pomodori che maturano al sole, per i bombi che ronzano intorno alle zinnie, ai girasoli, alle lavande, alle bocche di leone che sgusciano dalle losanghe delle recinzioni. Le mie due figlie mi odiano. Hanno appena messo piede nell’irreggimentato regno dell’adolescenza e si trovano, armi e bagagli, a dover passare giorni eterni su una collina sopra un lago dove non c’è niente. Non per loro. Non secondo loro.
La coppia che affitta la casa mi aspetta su per darmi le chiavi. Sono sui quaranta, quarantacinque. Lui, barba e capelli neri, fisico imponente, gilé elegante, lei piccolina, magra, look griffato, aria viperina: a occhio sembra gente che ci tiene a darsi un tono. Mi sembra di capire che la donna sia figlia di un noto pittore locale e sia pittrice pure lei. Il marito avrebbe una posizione di responsabilità in una qualche azienda pubblicitaria e di comunicazione di Milano. Accenni buttati là nel mentre che si visita la casa. Da ultimo vengo edotta su dove posso rifornirmi di viveri senza dovermi per forza calare quotidianamente a Bellano. Finalmente se ne vanno. Ma neanche il tempo di chiudere il cancelletto del cortile che iniziano le recriminazioni adolescenziali. Per il momento me la cavo indossando il mio piglio da sergente e lasciandomi estorcere un sovrappiù: la promessa di un adeguato rifornimento di fumetti alla prossima spedizione in un «contesto civile». Usano esattamente la parola “contesto”, le ragazze, e la usano in modo calzante. Però! sanno il fatto loro!
Mi fiondo in cucina, dove durante la visita con i proprietari il camino è stato un colpo di fulmine. È talmente mastodontico rispetto alle dimensioni dell’ambiente che dentro ci si può sedere. La casa è antica, di pietra, ristrutturata quel tanto che basta da affittarla d’estate. Il riscaldamento non c’è, perciò l’unica fonte di calore è questo camino che io non potrò mettere in funzione. Dovrò accontentarmi di ammirarlo, di immaginare storie e persone che sono state qui, nell’abbraccio accogliente di fiamme generose.
Nella camera più grande, la matrimoniale, si piazzano le figlie. Io mi sposto in un ammezzato che in altre epoche deve avere avuto la funzione di ripostiglio. Stesa sul letto, posso contare le tegole del tetto sostenute da un’impalcatura di travi d’abete scortecciate a mano. L’ammezzato è uno stanzone risistemato con pochi, eleganti mobili di primo Novecento – legno massello per il comodino e la testata del letto intarsiata, più un armadio coordinato a due ante – probabilmente un lascito di famiglia. Alle pareti piccoli paesaggi lacustri a olio, forse opera della stessa padrona di casa o di suo padre. Il tetto così esposto mi preoccupa, ma conto sul fatto che prima di affittarla i proprietari si siano assicurati che in caso di pioggia non ci tocchi distribuire secchi. Almeno, lo spero.
La prima notte passa via. Esauste per il viaggio in treno, la scarpinata in salita, il caldo feroce, dopo cena siamo crollate tutt’e tre. Le figlie sono filate a letto senza fare storie. I turni per il bagno non hanno creato problemi, anche se a giudicare dalla velocità di utilizzo, sospetto che le ragazze abbiano tralasciato la fase doccia. Sorvolo, sono troppo stanca per sollevare un polverone. A parte l’abbaiare lontano di un cane, non vola una mosca. Piombo nel sonno come sotto anestesia.
Quando la mattina dopo, in pigiama, apro la porta della cucina che dà sul cortiletto, non li vedo subito. Ammaliata dalla vista che mi si para davanti, dall’altra parte della vecchia ringhiera a bacchette divorata dalla ruggine – alberi verdi, gialli, azzurri, cangianti nel sole in festa, al quale le cicale e gli uccelli stendono tappeti sonori – non ci ho fatto caso. Me ne accorgo soltanto mentre sto per fare dietrofront: ai miei piedi, sullo zerbino, ci sono due cesti. Uno è colmo di perini rossi su cui spiccano macchioline verde-azzuro, l’altro contiene libri e fumetti. Non c’è biglietto, niente di niente. Per chi è questa roba? Non può essere per noi, penso, siamo appena arrivate, non conosciamo nessuno qui. Però i cesti sono stati lasciati sul tappeto davanti alla porta della cucina. Di questa cucina. Di questa casa. Che è piuttosto fuorimano. Chi lo ha fatto non può essersi sbagliato. Sulla schiena mi corre un brivido.
Alle figlie non dico niente. Ho messo a mollo i perini in una bacinella, le macchioline sono sicuramente di verderame – lo usava anche mio padre contro la peronospera. Il cesto dei libri e dei fumetti l’ho invece fatto sparire nell’armadio dell’ammezzato. Prima di condividere il bottino, voglio capire bene di cosa si tratta e lo voglio fare con calma più tardi, quando sarò da sola.
Ho venduto la fatica di questa vacanza appiccicandole l’etichetta di “avventura”. Ci saremmo spostate solo a piedi perlustrando la zona come guide indiane, avremmo fatto spesa trasportandola a spalla, nelle ore più calde avremmo giocato a carte, disegnato, scritto e soprattutto letto. Niente TV, niente telefono, neanche l’ombra di un King Bacon. Altro che avventura: un inferno, insomma. Secondo loro, le figlie. Per me un’oasi di pace, il ritorno alle capanne dell’infanzia, alla libertà della quasi sussistenza. La possibilità di inoculare nella mia progenie il dubbio, il dubbio che tutto quello che ci circonda in città sia davvero necessario: le scarpe Nike Air Max, lo zaino Invicta, il walkman della Sony…
Dopo colazione spiego alle ragazze che oggi, primo giorno di vacanza, faremo solo un giro nei dintorni. Nel pomeriggio. Stamattina possono riposarsi, giocare, leggere, fare un po’ quello che gli pare. Specialmente annoiarsi, aggiungo. Si annoiano già, puntualizzano, e continueranno ad annoiarsi, questo è certo. A prescindere. A prescindere, cioè, da tutto quello che potremo fare. Perché qui è un mortorio. Non lo vedo che non c’è niente? Per loro gli alberi, gli animali, i profumi, la trasparenza dell’aria e il blu limpido del cielo sono niente. Niente le passeggiate di giorno e di notte con la pila. Il silenzio, poi, è morte. Scivolare nel sonno dopo mangiato il pomeriggio? Sì, roba da vecchi. Mi arrendo, mi rifugio nell’ammezzato e chiudo la porta. Devo sopravvivere.
Ho glissato, praticamente una fuga. Non me ne pento, però. Di fronte alle cariche esplosive dell’adolescenza, ho imparato che qualche volta conviene la ritirata. Conviene attendere, lavorare sottotraccia. Non so se sia la strategia migliore, come molti navigo a vista. E poi adesso c’è questa storia del cesto che ho nascosto nell’armadio. Sono curiosa, forse troverò qualche indizio, magari riuscirò a capire chi ce l’ha lasciato.
Il primo libro che prendo in mano si intitola “Io sto nei boschi”. In copertina c’è un ragazzino con un falco e un altro animale che non so cosa sia. Il retro fa riferimento a un certo Sam che scappa da New York per vivere in natura. L’ha scritto una donna, un’americana, più di trent’anni fa, nel 1959. Jean Craighead George si chiama. Qui da noi, in Italia, è arrivato da poco. “Io sto nei boschi” sembra calzare a pennello con la mia raffazzonata idea di survivalismo. Lo sfoglio, non salta fuori niente: né una dedica, né un segnalibro, né altro.
Il secondo volume è un classico che ho letto da bambina e riletto da adulta per le mie figlie quando stavano ancora alle elementari. Non mi dispiacerebbe riprenderlo in mano. Questa edizione è del 1959, della Fabbri. Si vede che è stata usata, ma è stata tenuta con cura. “Il giardino segreto”, chissà se le ragazze se lo ricordano ancora.
Il terzo nel cesto è un esemplare di riguardo. È un’edizione Mondadori del 1941 che contiene due romanzi di Conrad Richter, uno scrittore che non ho mai sentito nominare. Titolo di copertina: “Il mare d’erba – Gli alberi”. Entrambe sono storie ambientate a fine Ottocento. La prima si svolge nelle praterie del Nuovo Messico, la seconda sembrerebbe invece essere, a quanto leggo sul risvolto di copertina, il primo capitolo di una trilogia sulla conquista della frontiera americana attraverso la storia di una famiglia, i Luckett. Sono sbalordita: chi può avere intuito che questi libri ci avrebbero catturato, avrebbero catturato me?
Ma ci sono anche dei fumetti.
C’è un Ken Parker speciale disegnato da Giorgio Trevisan con la copertina di Ivo Milazzo: “Le avventure di Teddy Parker”. È un gioiello, non riesco a capacitarmi di averlo tra le mani. Ci trovo anche un numero arretrato di Dylan Dog – una delle serie preferite dalle mie figlie. Si intitola “La metà oscura”. Scritto da Tiziano Sclavi, illustrato da Giampiero Casertano con la copertina un po’ inquietante di Angelo Stano, si presenta più cupo del solito. Non ho idea se le ragazze l’abbiano già letto, normalmente questi albi glieli passa mio padre, ex tipografo lettore onnivoro. In ogni caso, ho notato che si comportano come me da piccola: leggono e rileggono, specialmente quello che fa più paura, è più misterioso o non riescono a spiegarsi.
In fondo al cesto trovo Nathan Never. “Caccia all’uomo” è un numero vecchio, una storia di mutanti sceneggiata da Stefano Vietti e illustrata da Giancarlo Alessandrini. Non ho mai letto Nathan Never, non rientrava nel budget che mio padre destinava ai comics. Immagino quindi che anche le mie figlie, rifornite dal nonno, non lo abbiano mai preso in mano.
Intrigata dalla novità, scartabello. A pagina 46 trovo un foglietto piegato in quattro. Ho fatto bingo? Apro la paginetta a quadretti di un piccolo notes Pignastil. C’è scritto a penna nera «Benvenute e buona lettura.» In fondo ci trovo un p.s. minuscolo, sempre a biro: «Prima di andarvene, per piacere mettete libri e fumetti nel cesto e lasciatelo sullo zerbino di casa insieme all’altro. Grazie.» Tutto qua? Sono punto e a capo.
In cucina le scodelle della colazione sono rimaste lì, sulla plastica fiorata. Chiamo a raccolta la truppa che nel frattempo dovrebbe essersi lavata i denti e avere rifatto il letto. A prima vista sembra che abbiano provveduto, in qualche modo, e che gli animi si siano calmati. Tutte insieme sparecchiamo e laviamo le tazze. Annuncio di avere una sorpresa. Mi guardano scettiche. Sarà mica una delle mie solite proposte di escursione facile facile, che invece si cammina tutto il giorno per arrivare a un santuario che chi se ne frega? O stavolta è un nuovo sentiero tra i boschi, da esplorare «come le Giovani Marmotte» con in spalla panini e acqua – no Coca Cola! – che dopo un’ora puoi lavarci i piatti? A sentirle sembrano delle suppliziate, ma faccio orecchie da mercante, convinta come sono che per questo genere di torture un giorno mi ringrazieranno, saranno tra i loro ricordi più belli. Sì, nel pomeriggio ho programmato un giro nei dintorni, facile davvero questa volta, ma non è la mia sorpresa. Cioè? Cioè la notte scorsa qualcuno ci ha lasciato qualcosa davanti alla porta della cucina. Sarebbe? Sarebbe un prestito, da trattare bene, per il tempo che ci fermeremo qui. Quindi? Quindi libri e fumetti. E anche i pomodori che ho messo a bagno nella bacinella di fuori, in cortile. Silenzio. Sono perplesse. Forse allarmate. E tu cosa ne pensi, non hai paura? qui non conosciamo nessuno. La reazione è sana, sono contenta. Non gli dico che la sera sprangheremo le imposte, né che prima di andare a letto piazzerò dietro la portafinestra della cucina una bella sedia: non ho intenzione di mostrarmi vulnerabile, tanto meno di spaventarle. La mia risposta è lapidaria. Cosa voglio fare? Leggere. Per quanto riguarda chi ci sia dietro a questi omaggi di benvenuto al momento non ne ho idea, ma lo scoprirò, anzi, lo scopriremo. Quando dico “scopriremo”, gli occhi delle ragazze luccicano. In fondo, quest’insulsa vacanza potrebbe perfino diventare divertente.
A questo punto, però, bisogna passare ai fatti. Porto giù il cesto e sistemo sul tavolo libri e fumetti. Da dove volete cominciare? chiedo. La grande, tredici anni, punta “Il giardino segreto”. Quando glielo avevo letto le era piaciuto, ma non se lo ricorda più tanto bene. La piccola, due anni in meno, non ha dubbi. Fedele alla linea, ossia al nonno, si butta sul Dylan Dog. E io? La “conquista del West” è un tema che mi ha sempre appassionato, perciò scelgo Richter. Anche se il secondo romanzo è soltanto il primo capitolo di una trilogia, voglio vedere come si muove nelle terre selvagge questo autore che non conosco. Spero sia onesto, anche se la vedo difficile, visto come è andata a finire da quelle parti.
Alle ragazze faccio una sola raccomandazione: i libri e i fumetti devono essere restituiti così come ci sono arrivati. Quindi non si legge mangiando, cosa che di solito tollero visto che sono la prima a farlo, non si fanno orecchie per segnare le pagine, non ci si addormenta con il libro sotto il cuscino o aperto sul letto. Per farla breve, rendiamo il tutto nelle stesse condizioni in cui lo abbiamo ricevuto. L’aura di mistero che circonda il malloppo cartaceo sortisce il suo effetto: promettono di trattare gli omaggi con le pinze, altrimenti chissà cosa potrebbe succederci…
I pomodori erano squisiti, si potevano mangiare così, senza niente, tipo pesca o albicocca, tanto erano dolci. Pane e pomodoro, le ragazze a pranzo hanno fatto fuori quasi tutto il contenuto del cestino. Il mio programma per il pomeriggio è però in forse. Verso Menaggio il monte San Martino è stato inghiottito da un cono grigio, segno di temporale in arrivo. Cambio di piano, quindi. Le figlie non fanno questioni, anzi sembrano ben contente di potersene stare a casa. Giochiamo a Rubamazzetto? Va bene, giochiamo. Neanche il tempo di tirare fuori le carte che arriva la prima sassata. Il tuono è potente, ci spiazza. Corriamo alla portafinestra della cucina. Nello spicchio di cielo al di sopra degli alberi oltre il cortile compare l’iconico marchio di Flash. Prima di essere inghiottito da una botola nera, lo splendore della saetta ci inchioda alla meraviglia e al timore. Lo scoppio che segue dura un’eternità, costringendoci ad abbandonare la posizione. Indietreggiamo fino al tavolo. Altri tuoni vicini e lontani stanano una atavica paura, che si placherà soltanto con le prime monete d’acqua che prendono a rotolare a terra. Scrosci a raffica frustano le pietre della casa e le tegole dell’ammezzato che mi precipito a controllare. I vetri allagati delle piccole finestre fumano.
Un temporale di questa intensità non lo vedevo da anni. La terra è strattonata in malo modo, presa a secchiate. Altro che gli umani, a comandare è ancora Zeus, proprio come credevano i greci più di duemilacinquecento anni fa. Ma cosa stai dicendo, madre, gli dei non esistono! mi redarguisce la figlia grande, fresca di letture scolastiche. Non sto a spiegarle cosa intendevo, non mi pare il momento – la scuola resta per me un luogo di perdizione, per liberarsene non basta una vita.
In tre quarti d’ora è tutto finito. Spalanco la porta della cucina. Esco. Una folata di fresco. Trasparenze orlate di sole, chicchi di pioggia che sgrondano dal tetto, dalla ringhiera del cortile, dal tavolo e dalle sedie a trafori consumati dal tempo. E l’odore. L’odore di terra buona, scura e grassa. Lancio le Birkenstock in un angolo e pesto il porfido in un ritmo improvvisato. Le ragazze mi imitano inseguendo cadenze tutte loro e insistendo sulle esigue pozzanghere tra una lastra e l’altra. Ci prendiamo per mano, improvvisiamo un girotondo, ridiamo. Il peggio è passato, siamo nuove, siamo vive.
A cena mangiamo spaghetti aglio e olio e un’insalata di cannellini con il timo. Che non sarei riuscita a fare la spesa il primo giorno di vacanza lo avevo messo in conto, perciò mi sono portata lo stretto necessario per un paio di pasti da Milano. Il pane è ancora quello comprato stamattina, al borgo, prima di salire. A tavola c’è una bella atmosfera, la quiete dopo la tempesta, letteralmente. Le figlie mi aiutano a sistemare la cucina senza litigare. Poi vanno in bagno insieme. Sono stanche, alle nove sono già di sopra, in branda, ognuna con il suo amico di nanna: per la grande il cane Johnny, per la piccola la tartaruga Domitilla. Si sono portate anche qualcosa da leggere: “Il giardino segreto” e il Dylan Dog spuntati dal misterioso cesto. Io resto in cucina dove una brutta luce al neon fa a pugni col magnifico camino – che peccato! Sulla cerata scintillante esamino il doppio romanzo di Richter cominciando dall’anno di pubblicazione – una delle mie fisse. L’edizione originale americana è del 1940, quella italiana dell’anno seguente. Sotto la dicitura “I grandi narratori d’ogni paese”, l’elegante cornice verde pastello inquadra i titoli dei romanzi della storica collana Medusa di Mondadori. Questo è il volume 126.
Il silenzio, la stanza senza pretese, quasi brutta se non fosse per il camino, l’odore delle pagine di questo vecchio libro mi trasportano in un’altra dimensione. Il tempo si ferma. Esiste solo il piacere della lettura.
Non so che ora fosse ieri sera quando ho smesso di leggere, avevo perso la nozione del tempo. Prima di andare a letto, però, ho voluto fare una prova. D’impulso ho appeso il cesto dei pomodori al cancello del cortile. Stiamo a vedere, mi sono detta. Stamattina il cesto è lì, di nuovo sullo zerbino. Quattro zucchine, due melanzane, un pugno di fagiolini, sei pomodori e un mazzetto di basilico fragrante: qualcuno ha di nuovo fatto spesa per me e di nuovo non ci sono indizi di chi. Comincio seriamente a preoccuparmi. Sono da sola con due ragazzine. Di notte qualcuno entra in cortile e arriva fin sulla porta di casa, lascia libri e verdure senza un perché. E se fosse uno squilibrato?
C’è solo un modo per svelare l’arcano: telefonare ai proprietari di casa.
Dopo colazione propongo alle ragazze di scendere al borgo. Ho qualcosa da comprare e ho bisogno di un telefono – ma questo a loro non lo dico. Le invoglio promettendo un salto alla spiaggia della Puncia, sassi e sabbia tirata giù dal Pioverna. Ci sta anche la gelateria prima di tornare a casa purché ci si divida il trasporto della spesa. Ovviamente sarà il mio, di zaino, a pesare di più, ma è giusto, alla fine tocca alla mamma dare l’esempio.
Facciamo tappa al Caffè Arrigoni. Zaini a terra, ordino un cappuccino per me e due Estathé per le ragazze, poi seguo il cameriere all’interno. Il telefono a gettoni è in un angolo appartato. Cambio le monete e faccio il numero. Squilla a vuoto e non c’è segreteria telefonica. Pazienza, riproverò più tardi.
A mezzogiorno la spiaggia della Puncia è quasi deserta, i vacanzieri sono spariti. Hanno cercato riparo al fresco. Pranzano, si rilassano. Resiste un gruppo di turisti tedeschi o forse olandesi, non riesco a intercettarne la lingua, che equipaggiati di tavole e vele staziona in attesa della Breva, il vento del lago che attira gli appassionati di questo genere di sport anche dall’estero. A riva tre o quattro ragazzini si stanno spruzzando con delle pistole ad acqua, si gridano “sfiguz”, “zanza”, “tamarro”. Fanno un discreto baccano, le ragazze sono estasiate. Stendiamo gli asciugamani e ci liberiamo di magliette e calzoncini. Il cielo blu cobalto è una tazza rovesciata, i bordi dal cilestrino al grigio posati sulle montagne. È uno spettacolo che invita alla luce, all’acqua, alla spensieratezza. Le figlie mi chiedono se possono fare il bagno. So che a pochi metri il lago precipita, diventa subito fondo e le correnti sono pericolose. Anche loro lo sanno, ne abbiamo parlato. Nuotano bene tutt’e due, ma a decidermi a dare semaforo verde è la presenza dei turisti stranieri. Non è una garanzia, ma almeno non siamo sole. Il patto è di non allontanarsi troppo e di stare a mollo per un quarto d’ora, venti minuti al massimo.
Da riva sto contando i minuti. Gli occhi sono puntati sulle ragazze, la testa frulla: non riesco a schiodarmi dal pensiero di quei dannati cesti. Se continua così, rischio di rovinarmi la vacanza.
Cercando di non perdere l’equilibrio sui ciottoli gelatinosi del fondale, le ragazze riemergono dall’acqua. Uno dei bulletti a riva le spruzza con la sua pistola di plastica. La grande non lo degna di uno sguardo, la piccola ride e gli sibila un “cretino” che pensa mi sfugga. Mi tiro su e gli vado incontro con gli asciugamani. Il gangster lacustre prende il largo, non è aria. Raggiunto il nostro bivacco chiedo alla piccola di spiegarmi chi sarebbe il “cretino”. Era convinta di non essersi fatta sentire, il genietto, ma tiene botta. Ha cominciato lui, argomenta. E sarebbe un buon motivo per offendere? ribatto. La grande prende le parti della piccola. Ha fatto bene, dice, così la prossima volta impara a non rompere. Magari voleva solo scherzare, cercare di conoscervi, butto lì. Il che mi sembra piuttosto probabile, per quanto so degli adolescenti maschi di quell’età. Quello lì è solo un cretino, pontifica la grande. Sì, è un cretino e basta, le fa eco la piccola. Per caso mi avete mai sentito dare del cretino a qualcuno anche se ho ragione? obietto. Quando si comincia a offendere, non si sa dove si va a finire. Ci sono altri modi, no? Cerchiamo di comportarci educatamente. E se penso di uno che è un cretino, ma non lo dico, va bene? cavilla la grande. Dato che non si può fare il processo alle intenzioni e che, soprattutto, voglio mettere fine a questa discussione, concedo che pensare che uno sia un cretino senza spiattellarglielo sul muso può andare bene.
Al ritorno, sosta gelato allo stesso Caffè Arrigoni di stamattina. Mentre le figlie scelgono con che palline infarcire la loro coppa, oltre all’immancabile gusto Puffo s’intende, io raggiungo il telefono a gettoni all’interno del locale. Sul disco compongo il numero dei proprietari di casa. Uno, due, tre… lascio squillare un bel po’, ma niente, non risponde nessuno. L’ansia che in riva al lago si era stemperata mi risale alla gola: possibile che un pubblicitario non sia rintracciabile? Mentre pigio il pulsante rosso per recuperare i gettoni inutilizzati, ho un lampo. Quando ci siamo incontrati, i due mi hanno lasciato un numero per le emergenze, il numero di un telefono portatile, hanno specificato. Lo usa lui perché ormai tutti nel suo ufficio ce l’hanno, aveva aggiunto la moglie. Il fisso lo teniamo giusto per i nostri genitori, che di questi aggeggi non ne vogliono sapere. Ma sono comodi, sa? Oddio, che fessa! mi ero completamente dimenticata. Dove avrò messo il foglietto che mi hanno lasciato? Frugo nella borsa, nel portafoglio: non c’è. Sarà a casa? Non ci voleva, mi tocca restare sulle spine. Fino a quando? Di sicuro fino a domani, perché scendere di nuovo stasera è fuori questione, le ragazze pianterebbero una grana e anch’io, a dir la verità, all’idea di rifare avanti e indietro non impazzisco. Amen.
Da Vergottini faccio scorta di pane, salame, prosciutto e formaggio. Ci sono anche i meloni e le pesche. Sarà meglio comprare anche la frutta, visto che al mercato di giovedì mancano ancora tre giorni. Spartisco i pani e i pesci nei nostri tre zaini, caricandomi del peso maggiore, quindi ci avviamo.
Dal sentiero si scorgono i terrazzamenti di sotto coltivati a ulivi e viti. Tra la polvere e le erbe secche del viottolo splendono ciottoli e arenarie. Bagliori grigio-azzurro e ocra guizzano all’alternarsi di luce e ombra. Sento l’odore verde degli alberi di fico. Sembra che da queste parti anche il più piccolo tra gli orti ne abbia uno. Le larghe foglie aromatiche e il corteo di calabroni e vespe che si danno da fare intorno ai fioroni mi riportano all’infanzia, all’orto del mio nonno materno dove alberi da frutto, verdure e fiori confliggevano in magica armonia. I pensieri si frammentano tra i versi del fringuello e del cuculo, i richiami delle cinciallegre e dei merli e il frinire acuto delle cicale. Le figlie non aprono bocca. Succede quando sono stanche, lo so. Quest’ora di cammino è la ciliegina sulla torta di una giornata fisica, combinazione di fatica, aria diversa, caldo, nuovi paesaggi, stimoli a cui non sono abituate. Sospetto però che il loro silenzio sia anche una forma di protesta nei miei confronti: e questa sarebbe una vacanza?
Nell’ultima frazione prima di inoltrarci nel bosco, le ragazze si fermano a bere alla fontana. Si bagnano i capelli, il collo. Mi bagno i polsi e bevo anch’io. In giro non si vede nessuno. Un cane libero abbaia, ma non si avvicina. Tra dieci minuti saremo a casa, devo ammettere che mi sento stravolta, sono fuori allenamento.
Dopo avere messo via la spesa, la prima cosa che faccio è salire all’ammezzato per cercare il numero di telefono dei proprietari di casa. Deve essere per forza lì, da qualche parte. Tiro fuori dall’armadio lo zaino grande che ho svuotato all’arrivo e ispeziono le tasche interne ed esterne. Kit da cucito, cerotti, la crema solare – ecco dov’era finita – analgesici, gel antistaminico… Mi siedo sul letto, abbattuta. Dal cortile sale un urlo. Schizzo come una molla e mi precipito alla finestra. La figlia grande sta gocciolando come un Calippo dimenticato fuori dal frigo, la piccola scappa con in mano la canna dell’acqua. Una grida, l’altra sghignazza. L’adrenalina a mille scende di colpo, ci mancava solo questa. Mi limito a chiudere la finestra e ad accasciarmi a terra. Sotto il letto c’è qualcosa. Mi avvicino a quattro zampe, allungo il braccio, però non ci arrivo. Aspetta, prendo la ciabatta. Mi riallungo e sì, ci sono, l’ho preso. È un frammento della “Provincia di Lecco”. C’è scritto: Numero Motorola, Signori Gilardoni, eccetera. L’ho trovato, l’ho trovato, l’ho trovato! È il maledetto numero di telefono che cercavo. Ma come ci è finito sotto il letto?
Sono così sollevata, che la zuffa tra le ragazze – che da fuori si è trasferita in casa – mi mette allegria. Propongo di cenare in cortile. Venite, dico. Mi seguono di malavoglia, ma non fanno in tempo a raggiungere il tavolo che le inondo. Urla, proteste, corse di qua e di là per schivare il getto freddo. Alla fine riescono a disarmarmi, mi strappano la canna e si vendicano. Sono bagnata dalla testa ai piedi e rido, rido come non mi capitava da secoli. Sei matta, madre? domanda la figlia grande chiudendo il rubinetto. Ma è un pro forma, si capisce benissimo che si è divertita. Perché, non lo sapevi? rispondo mentre tento di abbracciarla. Si fa sotto anche la piccola. È un impacciato abbraccio a tre. Dura poco, in ogni caso un’eternità.
Ho deciso, questa sera monterò la guardia come nel famoso film di Hitchcock, “La finestra sul cortile”. Quando me lo sono ricordato, mi è venuta la pelle d’oca perché la mia finestra, la finestra dell’ammezzato, dà effettivamente sul cortile. E se dovessi sul serio vedere qualcuno? Al nuovo omaggio di verdure, le ragazze stamattina non hanno fatto domande, ma ho capito che hanno capito che non sono tranquilla.
Mentre dopo cena sono immersa nei miei pensieri, la figlia grande cala in cucina alla chetichella e mi prende alle spalle. Voglio sapere cosa sta succedendo, sussurra. Scatto all’indietro, il bicchiere che ho in mano mi scivola e va in frantumi nel lavello. Ma cosa ti salta in mente, vuoi farmi venire un infarto? Pantaloncini corti e Goku stampato sulla T-shirt, mi scruta. Ti ho fatto paura?
Raccolte le schegge di vetro, metto a scaldare un pentolino di latte. A mia figlia piace col miele, io invece preferisco evitare gli zuccheri. Sedute a tavola, tergiverso. Non sono per niente preoccupata, dichiaro. Da queste parti si usa così: i villeggianti sono sempre accolti con qualche dono. Lei non sembra persuasa. Allora perché metti una sedia davanti alla portafinestra della cucina? obietta. Mi ha beccato, ma non ho intenzione di demordere. L’ho fatto così, tanto per fare. Lo facevo anche quando ero in Interrail, da ragazza. Una precauzione, anche se qui non ce n’è bisogno, aggiungo. La storia dell’Interrail è un bel gancio perché comincia a chiedermi del mio anno in giro per l’Europa. Parliamo a lungo, la faccenda degli “omaggi” cade nel dimenticatoio. Ho sonno, vado a dormire, dichiara finalmente mia figlia all’alba di mezzanotte. Però prima vorrei chiederti ancora una cosa, dice. Spara, rispondo. Ti sembra normale che qualcuno arrivi fin quassù per lasciarci dei regali… di notte? Te lo ripeto: qui non siamo a Milano, la gente di qui è diversa, rispondo placida. È una non risposta, ma il sonno vince: mia figlia capitola. Un bacetto e si avvia verso la scala.
Il mio piano per stanotte è saltato, non ho più energie né fisiche né mentali per mettermi a spiare dietro la finestra. L’ultima domanda di mia figlia mi ha steso: adesso sono più che preoccupata, voglio andarmene, portare via le ragazze al più presto. A questo punto non mi interessa più sapere chi e perché. Prima di spegnere il neon della cucina, posiziono la sedia sotto la maniglia della portafinestra. A letto mi riprometto di restare vigile fino al mattino. Chiudo gli occhi solo un attimo.
Quando mi sveglio il sole è già alto, l’ambra del pavimento è un tappeto di larice screziato di luce. La casa è muta. Prima di scendere in cucina do un’occhiata alle figlie. Dormono ancora tutt’e due, la piccola abbracciata a Domitilla. Di sotto è buio, ieri sera avevo sprangato le imposte. Cerco di orientarmi alla scarsa luce che filtra dalla scala. La sedia sentinella non si è spostata di un millimetro. Bene, ora apro. Prima le due finestre, poi, tolta la sedia, la portafinestra. Infine gli antoni. Sul tavolo in cortile c’è un altro cesto. Scorgo del rosso e del giallo, del verde e del crema. Mi avvicino. Peperoni e coste. Devo svegliare le ragazze, dobbiamo partire subito.
Le figlie non l’hanno presa bene. Hanno cominciato a fare domande alle quali non volevo rispondere. Perciò mi sono arrampicata sui vetri. Ho detto che mi sentivo poco bene, che volevo rientrare a Milano per vedere la dottoressa. Avevo avuto dolori alla pancia tutta la notte, non ero riuscita a chiudere occhio. Non penso di averle convinte, ma hanno preparato gli zaini. Abbiamo lavato e asciugato insieme le stoviglie della colazione, spazzato i pavimenti di cucina e camere, sistemato il bagno. Ho chiuso vetri e antoni e nascosto la chiave di casa sotto il vaso di rosmarino in fondo al cortile. I cesti delle verdure e quello con i libri e i fumetti li ho lasciati dentro. Telefonerò ai proprietari di casa, gli racconterò e, se credono, se la vedranno loro. Un ultimo gelato per le figlie e poi dritte in stazione. Si torna in città.
Camminiamo in silenzio, la giornata è splendida. L’odore aspro del fico si mescola alle note vanigliate della cumarina che si sprigiona dal fieno steso ad asciugare. Le ragazze mi sembrano tristi, dispiaciute di doversene andare. È possibile che questa breve parentesi “fuori dal mondo” cominciasse a piacergli? Non lo so. Sono dispiaciuta anch’io, il nostro trilocale a Milano sembra appartenere a un altro universo in confronto a questa luce, questi profumi, al tempo che si distende e galleggia anch’esso sul lago, come alghe. Tutta colpa di quei cesti, se non ci fossero stati sarebbe andato tutto bene, ne sono sicura. Cioè, avrei fatto il possibile.
Prendiamo posto al Caffè Arrigoni. Bianchini, Campari, Crodino, il Carpano… siamo in pieno orario di aperitivi, il locale è affollato. I camerieri volano dentro e fuori per prendere le ordinazioni, distribuire bibite e cocktail variopinti e snack di focaccia e pizzette. Per qualcuno sarà l’unico pranzo dopo un’abbondante e tarda colazione – è la modalità vacanza del tipico milanese. La nostra ordinazione è più o meno la stessa dei giorni scorsi: cappuccino per me, gelato in coppa per le ragazze. Con due palline di Puffo a testa. Nell’attesa, con la scusa del bagno entro nel Caffè per telefonare ai Gilardoni. Stavolta il numero è quello del Motorola, dovremmo esserci. Al terzo squillo, infatti, sento un “pronto” professionale. È il Gilardoni marito, ma faccio appena in tempo a dirgli chi sono che i gettoni sono finiti. Che seccatura! Alla cassa compro una carta prepagata da diecimila lire, speriamo che basti. Ora però il telefono è occupato da un cameriere. Lo riconosco dalla divisa: camicia bianca, gilet e grembiule nero. Mi blocco proprio mentre si gira verso di me. Sento che dice: aspetti un attimo. È lei la Signora Colombo? mi interroga. Sì, sono io, rispondo stupita. L’ho immaginato dalla scheda del telefono che ha in mano. C’è qui il Signor Gilardoni, domanda di lei. E mi passa la cornetta.
Al tavolo fuori le ragazze hanno finito il gelato. Dopo venti minuti buoni il cappuccino è un intruglio. A che ora abbiamo il treno? chiede la grande. Sbaglio o hanno tutt’e due un’aria ancora più mesta di quando siamo scese? Attiro al volo l’attenzione di un cameriere. Scusi, può portarmi un bianchino con la scorza e qualche salatino? Ma sei matta, mamma? lo sai che se ti ubriachi possiamo chiamare il Telefono Azzurro? Ultimamente la figlia più piccola è nel pieno della fase Telefono Azzurro. Se da un lato mi fa piacere che lo conosca, dall’altro il suo tirarlo in ballo continuamente sta diventando seccante. Stai tranquilla, replico, un bianchino con la scorza non prefigura alcuna situazione di pericolo per te. Cosa vuol dire “prefigura”? domanda la piccola, supposta vittima del bianchino con scorza. Stai zitta, si intromette la grande. E a me: non mi hai risposto, mi fa notare. A che ora partiamo? Hai ragione, rispondo. Non partiamo più. Come non partiamo più, perché?
Sapevo che convincerle a caricarsi gli zaini in spalla e rifare il percorso al contrario non sarebbe stato facile. Hanno preteso una spiegazione e io gliel’ho data. Ho telefonato alla dottoressa Galli e le ho descritto il tipo di dolori che ho avuto la notte scorsa, mento. Mi ha tranquillizzato, secondo lei non si tratta di appendicite e neppure di un virus. Probabilmente ho avuto un blocco intestinale, preciso con la faccia più tosta che mi riesce. Mi ha detto di passare in farmacia e di prendere del Geffer. Qualche bustina e dovrei tornare come nuova. Il bianchino con la scorza fa parte della cura? commenta sarcastica la figlia più grande. Allora ci compri l’album delle Spice Girls? approfitta la piccola. Fingo di non avere sentito. Per stasera vi concedo ben due Pic-Nic Break, annuncio sentendomi magnanima. Decidete voi: prendere o lasciare.
Stesa sul letto dell’ammezzato ascolto il fischio malinconico dell’assiolo. Dopo la sfacchinata di oggi le ragazze dormono nella loro stanza già da un po’. Prima di risalire, oltre ai Pic-Nic Break, sono riuscite a convincermi ad accordargli anche una nuotata. Ho ceduto di buon grado perché oggi mi hanno insegnato qualcosa di importante. Di fronte a quella che era palesemente una bugia, non hanno infierito. Mi hanno lasciato decidere quando e come dirgli la verità.
Al telefono il Gilardoni marito mi ha spiegato. Il cesto con i libri, quelli con le verdure, è stato il Tarcis, è lui che li ha lasciati. Il Tarcis, Tarcisio, è un capraio che ha la baita sui terreni di mio padre, mi ha chiarito. Ci siamo messi d’accordo perché vi portasse ogni giorno un po’ di ortaggi freschi dei nostri orti e all’inizio anche quei libri e quei fumetti che ha visto. Sapendo che lei lavora per una rivista di viaggi e ha due ragazzine, ho creduto che fosse un bel pensiero. Sì, ma perché di notte? ho domandato. Perché il Tarcis viene su da Bellano che è ancora notte fonda. Al casott, la baita voglio dire, fa il Fiorone con suo zio – l’avrà sentito nominare, il Fiorone, il formaggio che si fa da queste parti. Per far prima, il Tarcis prende la scorciatoia che passa dietro a dove state voi. Però gli avevo lasciato un biglietto da mettere in mezzo ai libri, non l’ha trovato? ha chiesto. Sì che l’ho trovato, ho risposto, ma non era firmato. Mi sono presa una bella paura, anzi, a dirle la verità, ero terrorizzata. Isolata, senza telefono e con due ragazzine! Il Gilardoni marito era mortificato, per lo spavento che mi aveva fatto prendere non sapeva più come scusarsi. Il biglietto non l’aveva firmato perché dava per scontato che avrei capito che si trattava di lui. Di lui e di sua moglie, ci ha tenuto a puntualizzare. Alla fine ci siamo lasciati in buona con la promessa, come riparazione, di un tronchetto stagionato di Fiorone. Che stupido malinteso! E pensare che la spiegazione che avevo dato alle figlie, che quelli di qui sono gente ospitale e blablabla, era la verità! Il problema è che non ci credevo, non riuscivo a crederci io per prima. All’improvviso mi sento in colpa, un po’ in colpa, nei confronti dei Gilardoni: sono stata diffidente.
Le ragazze mi hanno fatto una sorpresa, la colazione è pronta in tavola. Il caffè è un po’ troppo lungo per i miei gusti, ma apprezzo lo sforzo, è un evento. A cosa sarà dovuto? Conoscendo i miei polli – le mie pollastrelle – fiuto un tranello. Ma le precedo. Vi ho detto una bugia, comincio. La storia del mal di pancia, della dottoressa, non è vera. Non sapevo chi ci avesse lasciato i libri e le verdure, chi venisse fin dentro il cortile di notte, perciò per proteggerci avevo deciso di tornare a Milano. Perché non ce l’hai detto? mi interrompe la figlia più grande. Non volevo spaventarvi, spiego. Avevi paura? domanda la piccola. Sì, avevo paura, ammetto. E allora perché adesso siamo di nuovo qui? mi incalza. Prendo un biscotto e inizio a raccontare. Dei Gilardoni, del Tarcis, della mulattiera dietro casa che porta su, in baita. Magari una volta o l’altra ci potremmo andare, azzardo, ci fanno il formaggio. La figlia più grande mi guarda ironica. Il mistero di Bellano, dice. Brava, madre, come detective puoi far concorrenza a Dylan. Alla boutade della sorella la piccola ridacchia, io prendo un altro biscotto – tanto sono senza zucchero. Allora, com’è che stamattina avete preparato la colazione? taglio corto.
Ehm, ecco… volevamo chiederti se…
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Cover: Jane Martha St. John (British, 1801 – 1882), photographer, Lake of Como, 1856-1859, Albumen silver print from a paper negative, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles.