Dara McAnulty: il suo diario, il mio lockdown

Stamattina ho fatto un giro nei dintorni di casa. Camminavo col binocolo al collo in cerca di volatili da osservare. Nel silenzio sentivo i richiami dei diversi uccelli, cercavo di capire da dove venissero. Mi muovevo piano e intanto che avanzavo su per il sentiero osservavo le gocce di rugiada imperlare i rami degli alberi, i cespugli. Tutto brillava e tutto quel che vedevo mi pareva talmente stupefacente, talmente primigenio e vero e bello, che mi sono sentita improvvisamente triste. Avrei voluto essere quelle gocce di rugiada e quei rami e le bacche delle rose selvatiche, solitarie come rubini su dita sottili. Volevo essere tutte queste cose perché queste cose sono. E basta.

UN LIBRO

Abito sull’Appennino. Amo queste montagne di un amore che è più forte di tutti gli altri amori. Eppure rimango estranea. Agli animali, agli alberi, alle erbe, al tempo…

Il Diario di un giovane naturalista (Feltrinelli, 2020, trad. di Chiara Mancini), mi ha stupito. Scorrendo le pagine di Dara McAnulty nel silenzio della mia cucina ritrovavo, infatti, i miei pensieri, le mie stesse emozioni.

La lettura ha colmato la distanza tra me e il sogno del merlo, mi ha fatto entrare in contatto con l’uccello, fisicamente. Ho imparato che solo il maschio emette dei suoni così intensi, e che gli uccelli cantano quando ne hanno motivo, per esempio se devono difendere il territorio o trovarsi un compagno. Non cantavano per me, quindi, né per nessun altro.

LOCKDOWN, UNA SPECIE

Sono allenata al lockdown. Ogni anno, di solito in questo periodo i villeggianti sono già tutti ritornati in città, anche i fungaioli e i raccoglitori di castagne del fine settimana. La montagna è un deserto. È solitudine. È già l’inverno alle porte.

… È la stufa in mezzo alla cucina. Il fuoco, il caldo. Qualcosa di essenziale, difficile da spiegare a chi non ne abbia fatto esperienza o che l’abbia fatta in una parentesi per spirito d’avventura, per gioco. In montagna il calore è vita, non si scherza. Bisogna procurarsi la legna per tempo, segarla, ricoverarla in legnaia.

Capire il fuoco giusto per cucinare, quello per tenere calda la stanza finché non si rientra dall’orto… Accendere e governare la stufa è un’arte che si deve imparare. Anni dopo le mie prime volte – fumo e puzza e finestre spalancate in pieno inverno – in questi giorni mi ritrovo ad accarezzare i ciocchi, a soppesarli, ad avere la soddisfazione di sapere esattamente di quale tipo di legna avrò bisogno in giornata, a seconda di quanto starò fuori o cosa cucinerò.

Felicità inesplicabili. Che tuttavia non mi bastano. Vorrei condividerle. Ma con chi?

A volte, idee e parole mi restano intrappolate nel petto: che differenza fa se qualcuno le ascolta o le legge?

La frustrazione di Dara è anche la mia. Come è possibile farsi intendere in mezzo al frastuono e alla confusione di questo mondo, trovare qualcuno che ascolti? Anzi, come è possibile sopravvivere? E non c’entra niente che Dara sia un adolescente autistico, non è questo il punto.

LOCKDOWN, DESIDERI PER IL DOPO

Provo un forte desiderio di passare più tempo nella natura, senza interazioni e complicazioni con gli esseri umani. Bramo la semplicità, ma al tempo stesso voglio andare per il mondo ed esplorarlo, non importa quanto possa spaventarmi o farmi male. Noi e la natura, così diversi eppure una cosa sola.

Mi sono rigirata tra le parole dei libri così a lungo. Così tanti anni. Poi ho “visto” la terra, le piante, gli animali, e la gran parte delle parole mi è sembrata artificiosa. Molte teorie perniciose. Nel guardare la Trebbia, giù a valle, mi è sembrato tutto così semplice. Il “panta rei”, tutto scorre, studiato in modo libresco al liceo, ce l’avevo davanti, letteralmente e metaforicamente. Mi sono immaginata fiume. Mio padre venuto e passato. Mia madre anziana. Dopo di loro toccherà a me. Scorrere via.

Basta guardare, per capire. Bisognerebbe fermarsi un momento e chiedersi: se avrò ancora un barlume di coscienza, quando sarò tra le rapide cosa rimpiangerò?

LOCKDOWN, VIVERE

Ecco la vita che piace a me: esploro, osservo, imparo. Inizio ad aprirmi. I miei tentacoli, fatti di parole, si allungano fino a raggiungere papà, per condividere con lui informazioni su quello che accade davanti ai nostri occhi. È bello.

Questo scrive Dara, in un altro punto del suo diario. Poche righe per dire tutto. Tutto quello che serve per sentirsi vivi. La libertà di sperimentare, di imparare. Il piacere di aprirsi, di condividere.

[L’umiltà di sapere che le bacche delle rose canine e gli uccelli esistono per sé, non per noi. Di riconoscerlo. Di rispettarlo.]

«È bello» dice Dara.

Sì, è bello.

Sarebbe.

 

 

 

 

1 Comment

  1. Giuseppe
    novembre 21, 2020

    Tagliare, movimentare e lavorare il legno evoca la costruzione del futuro,
    da soli, con le proprie forze. Sembra faticoso ma i risultati si vedranno.

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