I cinghiali non rispettano il coprifuoco

Quando ho aperto la finestra di camera mia, qualche giorno fa la mattina presto, ho visto che era successo di nuovo. Durante la notte i cinghiali erano passati a farmi visita e il risultato era ancora una volta disastroso: quello che un tempo era stato un orto e che nei miei progetti dovrebbe ora diventare un giardino “naturale” era stato praticamente arato. Buche e zolle di terra divelte, laddove al momento non c’è niente, o almeno a me sembra che non ci sia niente. I cinghiali, però, a quanto pare hanno un’altra opinione. E scavano, scavano, scavano guidati dal loro olfatto, nella speranza di trovare qualcosa, qualcosa che io non solo non vedo, ma di cui non riesco nemmeno a immaginare l’esistenza.

Ho letto che i cinghiali sono animali capaci di adattamento, apprendono quel che gli serve per sopravvivere. Sono inoltre animali sociali. Per questo, nonostante tutto, non mi riesce di detestarli. Fino a qualche anno fa, da queste parti non davano problemi, il loro numero era congruo con l’habitat. Adesso si sono moltiplicati e probabilmente, non avendo abbastanza cibo e predatori naturali – i lupi – invadono le colture e quegli spazi vicini alle case dove un tempo, temendo l’uomo, non si sarebbero mai sognati di avventurarsi.

Domenica scorsa i cacciatori si sono scatenati. Proprio nella valletta di fronte a casa mia un paio di loro hanno ucciso un grosso cinghiale, una preda facile se si considerano le modalità di accerchiamento messe in atto: cani, ricetrasmittenti, armi e cartucce adeguate. Parcheggiata la jeep, li ho visti passare davanti alla finestra della mia cucina, il fucile in spalla. Erano due uomini anziani, come spesso sono i cacciatori che circolano da queste parti. È raro che siano giovani, e questo un po’ mi rincuora.

Io stavo dalla parte dei cinghiali, naturalmente. Perché la sfida era ed è, ogni volta, impari.

Intanto, però, questa settimana ho cercato di capire come posso difendere il mio pezzettino di terra dalle loro devastanti scorrerie. Repellenti e ultrasuoni funzionano e non funzionano, perché i cinghiali non sono stupidi e dopo un po’ capiscono l’antifona. L’unica soluzione sembra essere la recinzione elettrificata con apposito filo o nastro, alimentata da una batteria, che è poi la soluzione che la maggior parte dei coltivatori adotta da queste parti per proteggere campi di mais, vitigni e orti casalinghi.

Una volta la Comunità montana (Unione Montana Valli Trebbia e Luretta) forniva l’occorrente gratis, adesso bisogna avere la partita IVA agricola. Così mi è stato detto quando sono andata a informarmi. Mi è sembrato ragionevole anche se c’è, come al solito, chi imbroglia e anche se questa faccenda dell’aumento sproporzionato di questa specie animale non è affatto una piaga divina, ma è sicuramente colpa, in parte, degli allevamenti di cinghiali a scopo venatorio. Una lobby, quella dei cacciatori che, tanto per rimanere nell’insensatezza, non smette di accanirsi contro i lupi, quegli stessi lupi che invece dovrebbero essere lasciati liberi di riprodursi e predare i cinghiali all’interno di una peculiare catena alimentare.

Quindi, per quanto mi riguarda, che fare? Mi sono rassegnata. Sono andata al locale consorzio agrario per vedere materiali e costi. Ho fatto qualche conto e per una barriera elettrica di circa sessanta metri – solo quella che confina direttamente con la boscaglia – dovrei spendere più o meno duecento Euro tra passanti e nastro, tondini di ferro (più robusti di quelli di plastica) e batteria, che mi toccherebbe comunque sostituire ogni anno, a meno di non attrezzarmi – altra spesa – con una ricaricabile a energia solare. Mi secca spendere questi soldi, ma credo di non avere alternativa. Perciò quanto prima comprerò il necessario e mi ingegnerò a installarlo, spero con l’aiuto di qualche vicino esperto.

Il senso di questa piccola cronaca di vita in montagna? In tempi di lockdown, di restrizioni, di problemi economici, in tempi di lutto come quelli che stiamo vivendo, potrebbe sembrare fuori luogo raccontare di cinghiali, eppure per me, che ho abitato tanti anni a Milano prima di decidere di trasferirmi sull’Appennino, questi accadimenti sono una dimostrazione evidente, sebbene apparentemente molto secondaria, degli stravolgimenti di cui ci siamo resi e ci rendiamo responsabili noi esseri umani. Sia che si tratti di allevare cinghiali per farne dei tirassegno, sia che si tratti di risvegliare virus dormienti, come ci racconta Quammen in Spillover (Adelphi Edizioni), continuiamo infatti a comportarci da predoni ignoranti. Le conseguenze non sono più solo individuali o relative a gruppi ristretti lontani dalle città. Sono sotto gli occhi di tutti. Sono diventate planetarie.

In copertina: Sarah Ellis artist (da Instagram).

2 Comments

  1. Leopoldo Bolliger
    novembre 8, 2020

    Brava!!!

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    1. Emanuela Scuccato
      novembre 8, 2020

      Grazie!

      Rispondi

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