Da Dogville a Joan Baez: racconti d’Appennino

Ho scoperto stamattina di avere una liaison. Peccato, però, che dell’uomo con cui dovrei intrattenere, secondo i miei compaesani, l’ennesima relazione sentimentale io, prima d’ora, non sapessi neppure il nome.

La mia figlia più grande, che vive a Milano, commenterebbe con un «lascia perdere, cosa te ne importa». Il mio compagno tedesco rafforzerebbe il concetto espresso da Anna con l’espressione poco elegante «leck mich am Arsch», sulla cui traduzione preferisco sorvolare. Ma questa volta, pur sapendo che la mia famiglia e i miei amici mi inducono al silenzio per proteggermi, questa volta mi fermo e penso che sono proprio stanca. Non tanto delle dicerie di un paese – tutti i paesi sono uguali – quanto di una mentalità che nei confronti del “diverso”, sia esso donna o uomo, continua a sopravvivere in modo più o meno eclatante e alla quale non so rassegnarmi.

Mi è capitato spesso di pensare che se fossi nata ai tempi dell’Inquisizione, qui dove abito mi avrebbero già messo al rogo. Per come vivo? No, per il pericolo che la “diversità” ha sempre rappresentato in ogni epoca storica, in ogni luogo e comunità circoscritti.  Per il pericolo che una donna che si affranca dai diversi stereotipi sulle donne, una che non riesci a inquadrare, rappresenta.

Penso che il raccontare di me non abbia alcuna importanza. Poi mi ricredo e penso che sia proprio il racconto, la testimonianza delle nostre singolarità a fare la differenza in questa società dove il confronto è divenuto scontro, non più conoscenza e scambio esperienziali. Per tentare di fare breccia nella barbarie sociale, culturale e politica nella quale la maggior parte della gente vive, apparentemente a suo agio, forse bisogna mettere da parte il riserbo, la vergogna, la paura di essere attaccati. Forse bisogna metterci la faccia.

Quando da Milano ho deciso di trasferirmi qui, sull’Appennino ligure (che pertiene, però, alla provincia di Piacenza), non ho riflettuto sulla mentalità con la quale nel prosieguo avrei dovuto fare i conti. Non pensavo che una donna “sola” avrebbe incontrato tante difficoltà. Non pensavo che mi sarei trovata in mezzo a una specie di guerra a bassa intensità, fatta di chiacchiere alle spalle, dispetti, ostracismo: l’isolamento sociale e umano da parte di una comunità che non tollera stili di vita diversi.

I primi tempi ho cercato di essere gentile. Il saluto e il sorriso, innanzitutto. La mia gentilezza è stata interpretata come disponibilità sessuale dagli uomini, travisata dalle donne. Allora, con gli anni, ho imparato a fare attenzione, ho cominciato a diffidare, a tenere le distanze anche da chi, pochi, avrebbe forse meritato la mia fiducia. Ma qui sono tutti imparentati. Spesso divisi in fazioni per via di vecchie faide di famiglia, di fronte allo “straniero”,  alla “straniera”, sono pronti a ricompattarsi o comunque a non esporsi. Perché se tocchi uno, fai un torto a tutti. Fai un torto alla comunità stessa.

Se denunce, considerate normali in una grande città, come per esempio la denuncia inerente alla bolletta dell’acqua, che una parte della comunità pagava due volte a due enti diversi, sono state in un primo momento motivo di derisione nei miei confronti, a risultati raggiunti, ad “abusi” svelati, non hanno giocato certo a mio favore. Anzi mi hanno valso una nuova patente: quella della milanese (sono nata a Vicenza) che crede di sapere tutto.

Qui vige l’omertà in cambio di piccoli, grandi favori. Una pratica “mafiosa” che ingenuamente non immaginavo di trovare nel Norditalia, tra queste montagne e valli dove si è in così pochi d’inverno, da potersi raccogliere intorno a qualche falò. È stato così a lungo.

È ancora così? Quanto?

Mi sono estraniata da tutto, sono andata via per qualche anno: quel che succede in grande, ed è sotto gli occhi di tutti, è il riflesso di quanto accade nel piccolo. O forse viceversa? Non saprei.

Prima di stabilirmi qui, ho vissuto in una grande città: Milano. Poi la natura, la folgorazione della Val Trebbia. La possibilità di lavorare a distanza, di vivere con poco, di puntare sulla qualità di una nuova dimensione di vita.

Poi il Medioevo.

Per esempio la “terra”.

Per un pezzo di terra, che è tuo ma qualcuno considera suo, che sei persino disposto a regalare in cambio di una regolarizzazione catastale, la tua vita diventa un inferno.

Qui, su questo lato della strada, non puoi parcheggiare. Lì neanche.

Sposta i gerani, che mi danno fastidio.

[…]

E poi sei una “puttana”.

Resisto. Faccio la mia resistenza in un paesino dove i villeggianti vengono per svagarsi e non vogliono avere fastidi, preferendo il quieto vivere di pranzi domenicali comunitari che mettono a tavola dicerie senza contraddittorio. Come dargli torto! Chi vuole problemi, quando la vita di tutti è già talmente piena di seccature? Almeno il fine settimana, almeno d’estate…

Sperimento quindi una piccola “banalità del male”. Il “gruppo” forte di sé che ha individuato “il nemico”. Sulla base del nulla. (E sperimento anche che non c’è differenza tra una certa sinistra e una certa destra.)

Quante analisi sono state prodotte su questo?

La Germania che ho conosciuto negli anni della mia assenza da qui mi è sembrata diversa. Forse è solo una questione di superficie, ma la mentalità che ho misurato sulla mia pelle è stata di uomini che non mi puntavano gli occhi addosso, di donne abbastanza indipendenti e solidali, anche semplicemente nel sorridermi per strada. All’inizio mi pareva strano, non ero abituata. Devo ammettere che avevo quasi paura.

Anni fa scrissi un pezzo per “A.Rivista anarchica”, in cui mi chiedevo delle donne che vivono accanto ai mafiosi. Mi domandavo come potessero sedersi a tavola con loro, dargli dei figli e al contempo tollerarne la violenza criminale. Era un discorso complesso sul quale mi interrogavo perché una parte del Movimento femminista sosteneva invece una presunta “differenza” delle donne: dalla parte della vita, della pace. Non ne ero convinta a quei tempi. Non lo sono tuttora. Per me vale il discorso delle “persone”.

Qui in montagna, certe donne sono peggio degli uomini. Accade ovunque, naturalmente. Io qui, però, lo tocco con mano. Perché l’Appennino è vuoto, ripiegato su se stesso. Forse questa è solo la mia esperienza, altri ne avranno altre, ma tornando dalla Germania, un anno fa, ho visto che anche in valle, in uno dei borghi più belli d’Italia – Bobbio – poco o niente è mutato. I problemi di prima che andassi via sono tutti lì – le Terme, le “villette” ecc. –, gira che ti rigira le facce degli amministratori sono sempre quelle, la solita gente siede ai soliti caffè, turisti a frotte – questa, dopo il lockdown, sembra essere una buona annata per i commercianti. Sicuramente per i più l’accoglienza del borgo Bandiera Arancione è più che soddisfacente: si misura in termini di buoni salumi e possibilità di allungarsi sotto l’ombrellone in riva al Trebbia. Si misura con lo spritz, i ristoranti, magari un po’ di musica in piazza. Si viene e si va. I cinefili, “quelli che se la tirano”, possono invece contare sul consueto appuntamento agostano con il Festival del Cinema di Marco Bellocchio, quest’anno ridotto a una settimana. Terminato il quale, si passa più o meno direttamente alla Mostra del Fungo e del Tartufo, e chi si è visto si è visto.

La notte scorsa rileggevo un libro di Kate Millet: Sita. Ripensavo a Carla Lonzi. Alla Simone de Beauvoir de Il secondo sesso, che tra noi ragazze al liceo era una specie di bibbia. Pensavo alla musica, ai concerti che ho avuto la fortuna e il piacere di ascoltare nella mia vita. Pensavo a Gino Strada. A chi si sta imbarcando per raggiungere Haiti, per soccorrere le vittime del terremoto e della guerra civile… Non riesco a far convivere il mio vissuto, le mie idealità, con la realtà fisica, sociale e culturale del territorio in cui vivo. Con il degrado del mio Paese.

Sono a disagio. Ho perso la bussola.

Non per la prima volta mi chiedo quale sia davvero la “realtà”, se i miei pensieri, le mie aspettative non appartengano soltanto a un mondo immaginario dove la libertà mia convive con quella degli altri nel rispetto reciproco. Dove la vita conta, la solidarietà conta. Le battaglie civili contano. La bellezza e la gioia contano.

Mi sento sempre più vicina alla protagonista di Dogville (Lars von Trier, 2003). La prima volta che l’ho visto, il finale del film mi aveva agghiacciato. Ora so che certe cose possono accadere a tutti, qui sull’Appennino o in Sicilia, basta lasciarsi alle spalle l’autostrada e le nostre finte sicurezze, e inoltrarsi dove i proclami cittadini arrivano sotto forma di eco e lasciano il tempo che trovano.

Grace (Nicole Kidman) è bella e brava, si comporta onestamente, fa di tutto per essere accettata dalla comunità che la ospita sulle Montagne Rocciose.

Tuttavia.

Mi ostino a voler credere che la vendetta non paghi. Non credo più, però, che la scelta giusta sia sempre la “correttezza politica” (politically correct).

«Adesso siamo di fronte a un silenzio educato quasi di massa che i liberal di sinistra vedono come il modo giusto per fermare l’attacco dei culti.» Questo ha scritto Joan Baez a Furio Colombo in una lettera pubblicata oggi sul “Fatto Quotidiano”.

Non c’entra con l’Appennino? Io credo di sì. Perché nel silenzio educato (e interessato) dei nostrani liberal di sinistra non mi ritrovo più. In questo loro disperdersi in chiacchiere e infinite disamine non riesco più a cogliere progettualità e azioni politiche concrete per la costruzione di una società aperta e inclusiva. Lars von Trier ha avuto la capacità di calarsi all’interno di una piccola comunità per mostrarci in modo imaginifico e geniale come il tema della “banalità del male” sia più che mai attuale anche all’interno delle nostre società. Laiche e ipocrite.

 

P.S. Nel finale di Dogville, Grace è stata comunque buona: ha risparmiato il cane Mosè.

Cover: Nicole Kidman in una scena del film Dogville. (Source:http://samanthacasella.com/2017/12/lo-spietato-mondo-dogville/ )

 

1 Comment

  1. Giuseppe
    settembre 9, 2021

    Sig.ra Emanuela,

    come spunto di ulteriore riflessione aggiungo quanto segue.

    Storicamente nel microcosmo rurale il contadino è tutt’uno con la terra,
    con gli animali, gli alberi che popolano il luogo e con essi ha un rapporto di empatia e di reciprocità quotidiana. Non altrettanto con le persone, neppure coi famigliari.

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