Comunisti col Rolex

Fa un certo effetto leggere le riflessioni di Doris Lessing (premio Nobel per la letteratura nel 2007) a proposito della sua esperienza di militanza politica nella Rhodesia del Sud durante gli anni della seconda guerra mondiale.

Fa effetto la messa a nudo dei meccanismi di costruzione di una militanza politica: contesto storico e caratteri individuali.

Fa effetto la disamina spietata dell’afflato religioso e della missione salvifica che permeano tutti i movimenti rivoluzionari.

Fummo un vero gruppo comunista per diciotto mesi, credo, non molto di più. E quando dico “vero”, noi non avevamo niente in comune con i veri partiti comunisti dei paesi comunisti o con i partiti comunisti ufficiali europei. Il nostro era il fuoco autentico, in noi viveva lo spirito di Lenin, vivevamo e parlavamo come se l’indomani avessimo potuto trovarci davanti il plotone d’esecuzione. “Un comunista è un morto in libera uscita” — ci scambiavamo frasi del genere senza ironia.***

Purché in buonafede, ciascun membro di ogni singolo movimento rivoluzionario afferra al volo quello a cui la scrittrice britannica intende(va) qui riferirsi: il Sacrificio per La Causa.

Che poi “La Causa” fossero, nel caso della Lessing, le condizioni dei neri in Sudafrica, oppure di volta in volta, nei diversi paesi e in epoche differenti, i diritti dei contadini prima, degli operai poi, lo sfruttamento del lavoro minorile da parte delle multinazionali nel terzo e quarto mondo, l’oppressione dei palestinesi o di altri popoli… fino alle cause più attuali, come le crociate per l’ambiente, chiunque abbia, o abbia avuto a cuore una “giusta e nobile causa”, e si spenda, o si sia speso per questa, non avrà difficoltà a riconoscersi in questo altro passo:

Avevamo il cuore perennemente gonfio di compassione per il mondo. Ogni momento libero da riunioni, dalla vendita dei giornali o dalla ricerca di qualche “contatto” ci trovava seduti in qualche caffè da due soldi a parlare di un meraviglioso futuro, con i sogni alimentati dalla rabbia feroce nella quale vivevamo…

Una visione manichea: da una parte i buoni (noi), dall’altra i cattivi (cioè tutti gli altri). Nel mezzo fiumi di parole, di riunioni, di documenti. Di attacchinaggio e manifestazioni di piazza. Per qualcuno anche le armi. Allora, quando la Lessing era ragazza. Nei nostri “anni di piombo”. E sempre, in qualche altro altrove nel corso del tempo.

Diego Rivera, El hombre controlador del universo, 1934.

Cosa resta di tutto questo, di questo nostro cuore perennemente gonfio di compassione per il mondo?

A me la rabbia non è passata. Anzi, semmai il mio problema è riuscire a prendere le distanze, riuscire a conviverci, a trasformarla in qualcosa di positivo, sebbene mi accorga di provare sempre più spesso un senso di frustrazione. Cresciuta in anni in cui si voleva cambiare la società, renderla più giusta per tutti («Saranno anni duri, ma saranno i nostri»), adesso mi sento turlupinata. Il mondo, infatti, mi pare addirittura peggiorato. Guardandomi attorno, mi dico che sono stata una stupida. Sono stata così sciocca da cadere nel tranello di un dualismo da guardie e ladri e oggi raccolgo ciò che io stessa ho seminato: i frutti di un idealismo ingenuo che non paga. Non qui. Non ora. E forse non ha pagato mai.

Ma la rabbia, la frustrazione che certe volte mi rendo conto di provare, non sono dovute soltanto all’incancrenirsi di povertà e schiavitù, alle guerre e guerriglie continue, agli sfruttamenti… La disillusione più agra mi viene dai voltagabbana. Da chi ha tradito non soltanto le “giuste e nobili cause”, ma principalmente se stesso, calcolando in anticipo quanto gli sarebbe rimasto in tasca al netto dell’impegno “politico”, e prima che politico, “umano”, di coerenza e solidarietà con gli altri “compagni di lotta”.

Molti decenni più tardi mi capitò di conoscere un uomo con una grande esperienza dei meccanismi di governo. Fu lui a dirmi che la maggior parte dei rivoluzionari poteva venire disinnescata semplicemente offrendole un lavoro. Sono quasi tutti individui le cui capacità non vengono utilizzate o sono sotto-utilizzate, persone che non si rendono conto che ciò di cui soffrono è la frustrazione.

È così. Almeno questa è la mia esperienza. Ho conosciuto “compagni di partito” che nei loro discorsi aspiravano addirittura alla felicità sociale (il massimo dell’utopia) e che poi, alla prima occasione propizia, infischiandosene altamente di tutto e di tutti, hanno scelto la carriera: un lavoro ben retribuito e benefit aziendali. “Compagni” che avevano “le pezze al culo” e che ora sono in pensione da dirigenti, fieri di esserlo. Altro che felicità sociale! Per loro alla fine ha contato quel particolare tipo di felicità che il capitalismo (termine desueto) è riuscito a inoculare nelle masse (altro termine desueto): i soldi e il raggiungimento di uno status personale magari piccolo, ma sicuro e confortevole. Cioè ha contato tutto quello che un tempo dicevano di avversare e che si raccontano di avversare tuttora comprando il manifesto.

Ricordo ancora un “compagno” anziano, quando facevo la corrispondente da Abbiategrasso per un settimanale locale (la famosa gavetta praticamente gratis), che appunto in uno di quei caffè da due soldi, alla fine di un consiglio comunale, mi andava dicendo di questo e di quello, soprattutto di quello che Il Partito e Il Sindacato avrebbero fatto, di come le cose sarebbero cambiate. Avevo poco più di vent’anni. Lo guardai e gli chiesi: «Ma dov’è tua moglie?». «A casa coi figli» mi rispose candidamente. Rimasi basita. Era questa la sua idea di rivoluzione? La mia consapevolezza non bastò però a salvarmi dall’afflato religioso (quanti danni ha fatto l’educazione cattolica?) e dagli incantamenti di una missione salvifica da piccola rivoluzionaria a cui diedi comunque seguito. Il che tradotto, ha significato:

  • lavorare gratis per “Il Partito” e/o “Il Movimento/i”;
  • scrivere e fare inchieste gratis per questo o quel giornale;
  • […];
  • infine, visto che “il personale è politico”, impostare sulla gratuità del mio tempo e delle mie energie anche le relazioni personali.

Ho fatto molti errori.

Diego Rivera, La vendedora de alcatraces, 1941.

[Mentre scrivo, penso che la moglie di quell’anziano “compagno” sia stata di gran lunga più intelligente di me. Il fatto che suo marito andasse alle riunioni di partito equivaleva né più né meno all’andare al bar, a giocare a carte, di mio nonno Carlo. Per quella donna quelle serate significavano forse soltanto un po’ di tempo per sé, per guardare la televisione o lavorare a maglia in un matrimonio, quello con un comunista, che non cambiava la sostanza di tanti matrimoni di allora: l’uomo fuori, la donna a casa. Con però i vantaggi che a lui, ma anche a lei, questa situazione da compromesso storico portava, non ultimo la reversibilità della pensione in caso di dipartita del caro congiunto.]

 Diego Rivera, Cargador de Flores, 1935.

Conosco “compagni” in pensione da trenta, quarant’anni. E non scherzo. Gente che ha dato l’addio al lavoro col minimo di contributi richiesto in passato (per gli statali il minimo erano diciannove anni, sei mesi e un giorno, se non ricordo male), ma ha poi continuato a darsi da fare in nero. Dipendenti di enti pubblici che, tanto per fare un esempio, facevano gli elettricisti di sfroso. Professoresse che davano ripetizioni private senza versare un contributo che fosse uno. Simpatici tizi con pensioni da invalidi per gravi problemi cardiaci che guidavano il trattore in conto terzi… Queste persone le ho conosciute e le conosco davvero, ed è tutta gente che non ha mai saltato una Festa dell’Unità o, poi, una di Rifondazione.

Per tacere di anarchici, insegnanti di scuola o comunque dipendenti statali garantiti. Ma qui si aprirebbe un altro capitolo. Della serie: ognuno si arrangia come può, al meglio che può, trovando pure le ragioni migliori.

Qualche volta mi mangerei le mani: perché non sono stata così avveduta (furba?) da rimanere in partita fino in fondo, fino a ritagliarmi anch’io il mio bell’angolino comodo comodo? Poi, però, mi passa. E ricomincio da capo (in sempre più numerosa compagnia, in verità, specialmente con questi chiari di luna)… per cercare di fare quello che non mi ricordo di avere mai smesso di fare: portare a casa la michetta.

Diego Rivera, Historia de México (Dettaglio), 1929-1935.

HA DA PASSÀ…

«E com’è che con tutto questo che dici riesci a fartela passare?»

«Perché ha da passà, sennò finisce che mi viene pure un accidente. In fondo che è? Quisquilie. Niente in confronto all’enormità dei dissesti ambientali, sociali ed economici a cui stiamo assistendo. Davvero niente in confronto al Covid-19. E proprio meno che niente in confronto alla pena che mi fanno quegli opportunisti che dalle sezioni del PCI e dai comitati di fabbrica degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso sono magari approdati (il metro di misura è il pelo sullo stomaco e il grado di disonestà intellettuale) alla casa in centro a Milano, al SUV accessoriato di TV, ai viaggi in Patagonia (previo pellegrinaggio a Cuba) e a svariati altri ammennicoli. Li chiamano Comunisti col Rolex… In fondo un déjà vu.»

 

*** Tutte le citazioni sono tratte da Doris Lessing, Sotto la pelle – La mia autobiografia 1919 – 1962, Universale Economica Feltrinelli.

 

P.S. In Copertina: Diego Rivera, La Gloriosa Victoria, 1954.

 

2 Comments

  1. Giuseppe
    ottobre 11, 2020

    Sig.ra Emanuela,
    si, ha da passà.. quisquilie.. dejà vu.

    Jacques Attali: il futuro è l’iperdemocrazia
    L’approdo finale sarà una società altruista. Come arrivarci (con o senza guerra) dipende da noi
.
    L’intervista all’economista francese mentre esce una nuova versione del suo saggio sull’avvenire.
    La storia si dipana secondo tendenze di fondo e anche variabili individuali che pure contano, e molto, dice Jacques Attali, 72 anni, consigliere dei presidenti (da Mitterrand a Sarkozy a Hollande), saggista e scrittore. Nel saggio Breve storia del futuro (Fazi editore) Attali individua cinque fasi possibili: la fine dell’impero americano entro il 2025, il mondo policentrico intorno al 2035, l’iperimpero intorno al 2050, l’iperconflitto nel 2060, l’iperdemocrazia dopo il 2060 o, si spera, prima. Le prime quattro sono catastrofiche, la quinta è positiva.
    L’iperdemocrazia è una società altruista, positiva, che agisca nell’interesse delle generazioni successive: secondo Attali, è l’inevitabile approdo finale. Possiamo scegliere se arrivarci con le buone, o le cattive, cioè dopo guerre e distruzioni.
    «Ogni volta che l’umanità è alle porte di una globalizzazione riuscita, fa un passo indietro. Nel 1910 per esempio tutto andava bene: una certa globalizzazione e espansione della democrazia. Poi arriva la crisi economica, il protezionismo come risposta e infine la guerra. Oggi succede lo stesso. Se entriamo nell’ingranaggio protezionista smontiamo tutto: il trattato di Schengen può scomparire e con lui anche il resto, diremo addio all’euro e così via. In questa logica ci sarà una guerra franco-tedesca», pronostica Attali, che dice di avere due maître à penser: «Marx per le grandi tendenze di fondo e Shakespeare per l’essenziale, ossia le passioni umane. Oggi le grandi tendenze indicano una possibile iperdemocrazia senza passare attraverso l’iper-conflitto. Ma Shakespeare…»
    14 febbraio 2016

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    1. Emanuela Scuccato
      ottobre 11, 2020

      Grazie innanzitutto per la lettura, poi per il contributo.

      Rispondi

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