Tre conversazioni su Dante: frammenti

Prima conversazione

Quando lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges (Buenos Aires 1899 – Ginevra 1986) lesse per la prima volta la Commedia, non conosceva una sola parola di italiano. L’edizione che aveva per le mani era una traduzione inglese con testo in lingua originale a fronte.

Escogitai questo modus operandi…

ci racconta Borges nel suo studio Nove saggi danteschi (Adelphi, 2001),

leggevo prima un brano, una terzina, in prosa inglese; poi leggevo lo stesso brano, la stessa terzina, in italiano; continuavo così fino alla fine del canto. Quindi leggevo l’intero canto in inglese, e poi in italiano. A questa prima lettura capii che le traduzioni non possono sostituire il testo originale…

E aggiunge:

Fin da allora notai che i versi, soprattutto i grandi versi di Dante, sono molto più di ciò che significano. Il verso è, tra le molte altre cose, un’intonazione, un accento spesso intraducibile.

Più in là lo scrittore argentino affermerà esplicitamente:

Un buon verso non si lascia leggere a bassa voce o in silenzio. Se ci riusciamo non è un verso efficace: il verso esige di essere declamato. Il verso non dimentica di essere stato un’arte orale prima di essere un’arte scritta, non dimentica di essere stato un canto.

Bili Bidjocka, Ecriture Infinie/Infinite Writing, 2014. Courtesy of SCAD Museum of Art, Savannah, USA.

Per definire il “viaggio” dantesco ho usato tre aggettivi: affascinante, terribile, temerario.

Se i primi due – affascinante e terribile – possiamo capirli d’intuito, il terzo – temerario – richiede ancora uno sforzo di comprensione della cultura medievale.

Ne La città di Dio Sant’Agostino, autorità teologica indiscussa nel Medioevo, afferma di credere, sulla base della Bibbia, nell’esistenza di un inferno e di un paradiso. Di cui, però, non sa dire nulla. Anzi, Sant’Agostino considera temeraria ogni affermazione in proposito, che non sia generica (XXI, 10).

È proprio questa la premessa per comprendere l’attributo “temerario” applicato al viaggio narrato nella Commedia.

Dante è infatti il primo, nella storia della letteratura, a osare (temerariamente) di delineare un mondo ultraterreno articolato e perfettamente conoscibile dall’uomo.

Una svolta decisiva rispetto al dettato agostiniano, uno spartiacque nella cultura del suo tempo.

Ma chi era l’Autore della Commedia?

Edson Chagas, Oikonomos, 2011. The Divine Comedy. Heaven, Purgatory and Hell Revisited by Contemporary African Artists, catalogo a cura Mara Ambrožič, Simon Njami, Kerber Verlag Bielefeld, 2014.

… soprattutto, questo giovane uomo è un visionario.

È Dante stesso a parlarci delle sue “visioni”. Nella Vita Nuova.

[E dopotutto non c’è da scandalizzarsi, se è vero, come è vero, che fenomeni simili sono rintracciabili in tutta la storia dell’arte e della letteratura, testimoniati in varia misura da diverse personalità.]

A ogni modo, Dante ce ne parla. E che si tratti di artificio letterario o di estraniazioni sue, dove la realtà si confonde con la fantasia, tali visioni lo conducono a identificare passo passo, con sempre maggiore lucidità, gli assunti della sua poetica.

Donna pietosa e di novella etate, che abbiamo detto essere l’altra svolta radicale della Vita Nuova, è la ri-creazione in forma poetica proprio di una serie di visioni che Dante afferma di aver avuto.

Donna pietosa e di novella etate

adorna assai di gentilezze umane

ch’era là v’io chiamava spesso Morte,

veggendo li occhi miei pien di pietate,

e ascoltando le parole vane,

si mosse con paura a pianger forte.

[Vita Nuova, XXIII, 17]

In quale modo queste “visioni” confluiranno nella Commedia?

Zoulikha Bouabdellah, Silence, 2008-14.

Seconda conversazione

Che cosa ha fatto Dante?

Ha compiuto un’operazione di rielaborazione della sua esperienza erotica in termini concettuali e poetici.

Di questa esperienza Dante ha fatto un’allegoria.

In estrema sintesi – ribadisco l’aggettivo estrema – questo è, a mio avviso, un paradigma del processo creativo del Poeta.

Già la volta scorsa avevo affermato che l’universo dantesco è un mondo complesso e sottile, realizzato con un rigore assoluto.

Se utilizziamo la canzone Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete come un passe-partout per entrare in questo universo – uno dei numerosi passe-partout rintracciabili nell’opera dantesca – avremo modo di cominciare a renderci conto, seppure di scorcio, di come l’opera realizzata da Dante sia, sì, scientemente costruita con i materiali edili delle vicende umane (gli amori, gli odi, le guerre), talvolta inerenti alla vita spicciola, ma come su tutto svetti:

un progetto etico

che può realizzarsi

solo

grazie a un

continuo processo di autoanalisi da parte del Poeta

associato alla sua

necessità di sistematizzare quanto andava scoprendo di sé e del mondo.

Kia Henda, Otello’s Fate, 2013.

È innegabile, però, che si tratti di versi polisensi, ossia soggetti a letture diverse.

Beatrice, infatti, altri non è che Dante, non dobbiamo dimenticarlo: Dante che ragiona con se stesso di se stesso.

Nicholas Hlobo, Tyaphaka, 2012.

Qual è il ruolo dell’intellettuale?

Questa domanda riecheggia in tutta l’opera dantesca.

E arriva fino a noi attraverso una lunga serie di riflessioni.

Yinka Shonibare, How To Blow Up Two Heads At Once, 2006.

Terza conversazione

Il cuore che possiamo veder pulsare, impazzito, sulla giugulare di Francesca e sulla tempia del conte Ugolino è lo stesso.

È di Dante che stiamo ragionando.

Dante è Francesca. Ed è Ugolino.

Parafrasando il titolo di un’opera del drammaturgo spagnolo Calderón de la Barca (Madrid, 1600 – 1681), potremmo dire che l’Autore della Commedia mette in scena:

El gran teatro del mundo (1645 ca.).

Ma attenzione!

Accanto a tutti i personaggi che si avvicenderanno durante questa sublime rappresentazione ce n’è uno sempre alla ribalta.

Se Dante è ciascuno dei personaggi della Commedia, chi è quell’IO che dalla prima all’ultima terzina del Poema non lascia mai il palcoscenico?

Ritorniamo per un istante alla nostra prima Conversazione. E ascoltiamo nuovamente la celeberrima terzina che principia l’Inferno e la Commedia tutta:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che la diritta via era smarrita.

(Inf., I, 1 – 3)

… mi ritrovai

Chi?

IO – soggetto sottinteso – mi ritrovai…

IO il Poeta.

IO Dante.

L’IO sul quale si andranno a inanellare tutte le vicende narrate nella Commedia è l’IO – Dante.

Ma se il Poeta è già tutti i personaggi del suo gran teatro del mundo, per quale ragione ha voluto riservare a se stesso il ruolo principale in questa rappresentazione?

Youssef Nabil, You Never Left #III, 2010. The Divine Comedy. Heaven, Purgatory and Hell Revisited by Contemporary African Artists, catalogo a cura Mara Ambrožič, Simon Njami, Kerber Verlag Bielefeld, 2014.

Ecco il senso della vita e il senso della poesia di Dante: il viaggio per l’alto mare aperto alla ricerca di se stesso: uomo e poeta. Ma mentre il viaggio dell’eroe omerico al di là della foce stretta / dov’Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l’uom piú oltre non si metta (cioè al di là delle colonne d’Ercole, l’attuale stretto di Gibilterra); mentre il viaggio dell’eroe omerico alla ricerca di terre sconosciute fallirà, l’alto passo (l’ardua impresa) di Dante sarà invece coronato dal successo.

Lawrence Chikwa, The Possibility to Create in Hell, 2006. Installation view MMK Museum für Moderne Kunst Frankfurt am Main. Photo: Axel Schneider © MMK Frankfurt.

Chi era, Dante, nel 1318?

Siam quel che siamo: – una compatta schiera

D’eroici spiriti, affievoliti, è vero,

Dagli anni e dal destin, ma strenuamente

A combatter parati, a cercar sempre,

E a mostrarsi ne’ casi avversi o lieti

Non orgogliosi mai, né mai codardi.

(Alfred Tennyson, Idilli)

Questo sono incline a pensare che fosse Dante nel 1318.

Come l’Ulisse del poeta inglese Alfred Tennyson (1809 – 1892), io penso che Dante sia stato, nel 1318, un eroico spirito, indebolito dagli anni e dal destino avverso, ma ancora pronto a combattere, coraggiosamente, a mettersi in discussione, e a non mostrarsi mai, sia nelle circostanze avverse che in quelle liete, orgoglioso o vile.

Guy Tillim, Mouaroa, Mooreg (2010), pigment ink on cotton paper Image size 108 x 144cm Paper size 112 x 148cm Edition of 7 + 2AP ©Guy Tillim. Courtesy of Stevenson, Cape Town and Johannesbur.

… ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola dalla qual non fui diserto.

(Inf., XXVI, 100 – 102)

Un cenno. Uno sfioramento. Ma che colpo d’occhio sul senso di isolamento dell’uomo e del poeta!

La condizione esistenziale dell’umanità

si amplifica

nella solitudine dell’eroe

che

osa

sfidare

i limiti che gli sono stati imposti.

sol con un legno e con quella compagna / picciola dalla qual non fui diserto…

Il legno è la nave.

La compagna / picciola dalla qual non fui diserto sono i pochi marinai che non hanno tradito l’eroe omerico e i suoi sogni. Bramosi [aguti], come lui, al cammino.

Ma quale fu la compagna picciola che non abbandonò mai, per tutta la vita, l’Autore della Commedia?

Chi fu che ebbe l’ardore di condividere con lui, fino in fondo, l’avventura umana e poetica?

Furono i morti.

Furono loro la compagnia di Dante. Il costante rifugio nelle tempeste dell’esistenza e della creazione.

Sopra tutti Beatrice.

Poi Virgilio, Ovidio, Stazio, Cicerone, Seneca… S. Tommaso d’Aquino, S .Bonaventura… Il poeta provenzale Bertrand de Born, Guido Guinizelli…

I morti …

È insieme a loro che Dante volge la poppa nel mattino  [verso levante n.d.r.].

È con loro che il Poeta condivide il legno, dei remi facendo ali al folle volo.

Con chi altri, del resto, avrebbe potuto confrontarsi il “contemporaneo” Autore della Commedia?

 

In copertina e sopra: Aïda Muluneh, The 99 Series, C-print, 2013.

 

 

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