#iorestoacasaartisti: Vera Benelli

Telefono a Vera, che sta a Milano. Adesso che in Italia è tutto blindato, oltre ai miei familiari sento il bisogno di contattare anche gli amici: come va, cosa fate.

Conosco Vera Benelli più o meno da un quarto di secolo. Prima dell’artista, ho incontrato la donna. In via Dogana. A Milano, appunto. Quando la Libreria delle Donne stava ancora lì e Vera ci andava a fare volontariato una volta la settimana.

Da allora ognuna di noi due ha macinato tante esperienze, io raminga, lei viaggiatrice con Milano sempre nel cuore, ma non ci siamo mai perse di vista. Dal nostro primo viaggio insieme, a Berlino, alla presentazione nel corso del tempo di alcune sue mostre, alle lunghe telefonate dai miei “sempre altrove”, lei resta un punto fermo, una di quelle persone che mi vien voglia di definire con una parola antica, che non si usa più: Vera è un esempio. Nell’arte. Ma soprattutto, ed è ciò che più mi importa, per come vive la vita. Cioè con curiosità, entusiasmo, allegria, coraggio.

Vera Benelli al lavoro nel suo atelier.

Questa mattina, quando l’ho chiamata per sapere come se la stesse passando chiusa in casa, sapevo già che la sua voce sarebbe stata squillante come sempre e che a dispetto dei suoi ottant’anni freschi freschi, mi avrebbe trascinato in un vortice di nuovi progetti, nuove idee: la mostra che sta preparando per settembre, gli ultimi libri letti, la musica, la politica, figli e nipoti, le lezioni di calligrafia cinese, le sue poesie, la scrittura creativa…

E Milano, naturalmente.

Una Milano spettrale, che non si riconosce… Ma ne usciremo. Da questo virus possiamo anche imparare, dobbiamo. E magari anche l’Europa imparerà, perché l’Europa è nata per unire, non per dividere.

Dice lei. E io lo spero tanto.

Vera Benelli, Conchiglie (Installazione, Detail).

Ma Vera è così: comunque ottimista. E intellettualmente onesta. Cresciuta alla vecchia scuola dell’impegno civile, che coltiva con tenacia. Una tenacia che la caratterizza in tutto quello che si propone di sperimentare e realizzare.

L’hanno scorso, per esempio, è riuscita di nuovo a lasciarmi di sasso. Così, come se niente fosse, una bella mattina si è presentata al direttore del supermercato del suo quartiere, dove fa la spesa di solito, e gli ha proposto di montare lì, tra carrelli e corsie, una sua installazione: la Medusa. Neanche a dirlo, non solo l’ha spuntata, ma la sua Medusa, un frammento di Acquari Immaginari (personale milanese di qualche anno fa), ha avuto un tale successo da fare poi il giro di tutti i supermercati italiani di catena.

Come arrivare alla gente in modo semplice, diretto, pratico.

Però… geniale!

Vera, una Judith Malina dell’arte.

Questo mi è venuto di pensare mentre la ascoltavo raccontarmi l’ennesima peripezia nella quale tanti giovani artisti non avrebbero l’ardire di buttarsi, e forse neppure la spregiudicatezza (o l’umiltà?) di immaginare.

Vera Benelli, Medusa (Acquari Immaginari, Detail).

A dispetto dell’età, Vera conserva ancora oggi, incredibilmente, quella stessa vitalità e quella stessa intraprendenza che, in largo anticipo sui tempi, nei primi anni Novanta la portarono ad attivarsi per lanciare a Milano un’orchestra tutta al femminile: un’esperienza sostenuta subito da politiche di varia estrazione, intellettuali e perfino, nell’ambito della moda, dal marchio Basile. Un’esperienza che però, dopo i primi concerti, non ebbe seguito a motivo di quella mancanza di considerazione e di fiducia nei confronti di un’orchestra composta da sole donne che ancora oggi ostacola l’affermazione di esperienze di questo tipo – Almar’a, nata nel 2017, rimane purtroppo un’esperienza preziosa quanto abbastanza unica.

Almar’a, l’orchestra delle donne arabe e del Mediterraneo.

In realtà, se guardo ai percorsi di Vera fin qui, posso ben capire perché le sue molteplici prove in tanti ambiti diversi siano spesso rimaste confinate in una sorta di Visibilità Invisibile (dal titolo di un’altra sua mostra): Vera, infatti, ha sempre precorso i tempi suscitando per questo, come tutti gli artisti, perplessità e non di rado anche qualche gelosia.

Vera Benelli, Visibilità Invisibile (Collage, Detail).

I lavori inerenti alla storia delle donne, in particolare le donne arabe, sono del 1995. Per esempio. Quando ancora non era così scontato occuparsi di questo argomento e del mondo islamico in generale.

Così come partono da molto lontano le riflessioni intorno al corpo femminile – oggi rispetto a ieri tanto più diffuse e divulgate.

Sul corpo femminile e sulle sue strumentalizzazioni, Vera ha cominciato a interrogarsi “a partire da sé” fin dalla primissima giovinezza, negli anni Cinquanta del Novecento, sostanziando le sue indagini di letture, approfondimenti, confronti con altre culture, altre donne e uomini, altri percorsi esperienziali, ed elaborando proposte artistiche talora provocatorie, ma sempre ancorate a una autenticità per niente disposta a facili e vantaggiosi compromessi.

In una lettera che mi ha mandato di recente (Vera scrive ancora lettere, a volte al computer a volte a mano), leggo:

La solitudine, come massima espressione di libertà, è stata la mia guida, il mio faro.

Il che, a vederla tanto solare ed esuberante, tanto accogliente, per chi non la conosce intimamente è sicuramente difficile crederlo.

Vera Benelli, Bolle (Installazione, Detail).

Stamattina, quando le ho telefonato, ero certa che da lei non sarebbero arrivate lamentazioni. Ero certa che il suo essere costretta tra le quattro mura domestiche, Vera lo stava elaborando creativamente, nutrendo la sua “solitudine” di artista. Neanche a dirlo, è andato tutto come prevedevo. Come le altre volte. Come ogni volta che ci sentiamo.

Mentre chiacchieravamo al telefono me la sono vista davanti esattamente così, come l’ho sempre vista: minuta ma forte, elegante senza affettazione. E con il consueto velo di rossetto rosso.

Per amore di sé.

Per amore dell’arte.

Per amore della vita.

(Oggi più che mai.)

Vera Benelli al lavoro alla FeiMo School di Milano.

 

 

P.S. In copertina: Vera Benelli, Visibilità Invisibile (Collage, Detail).

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