Come non scrivere un blog di successo. E perché

Sto osservando questo quadro di Henri Matisse. È un dipinto che porta il titolo di Woman with a Red Carnation, ma è noto anche come Woman in Green, e Matisse lo realizzò nell’estate del 1909 nel Sud della Francia, in Provenza.

Di questo quadro mi colpisce l’uso predominante dei verdi e una certa qual sobrietà, in contrasto con la tavolozza e la “decorazione” che caratterizzano invece le famose “Odalische”. Ognuno è libero di vedere e interpretare questo lavoro di Matisse come meglio crede. Tutto dipende dal gusto, dalla sensibilità e dalle cognizioni personali. Poiché, infatti, secondo me l’arte non può essere definita, tanto meno in relazione a un supposto “ideale”, quello che io penso di questo dipinto è e resta del tutto personale.

In verità, osservare Woman in Green mi ha portato per associazione di idee su un’altra direttrice, solo apparentemente lontana. Mi sono chiesta per l’ennesima volta, e questa volta su sollecitazione di un’amica artista appunto molto amante della pittura di Matisse, a che cosa serva avere un blog. A che cosa serva il mio blog. Che, stando alla summenzionata amica, «è un blog che non si capisce».

Mi provo a chiarire.

Quando ho deciso di aprire il mio blog avevo in mente di farne una specie di “diario”. La mia dichiarazione di intenti, resa a suo tempo, è ancora lì, per chi avesse voglia di leggerla, nel “Chi sono”.

Anche la forma voleva essere molto semplice: un rullo che scorresse una pagina dopo l’altra.

Mi ero ripromessa di sperimentare e qualora lo avessi ritenuto opportuno, anche di cambiare idea circa la forma e il resto. Ma di una cosa sono stata certa fin dal primo istante in cui ho pensato di partire con un blog: mai avrei scritto in funzione di qualche o più like. Dal momento che non ho nulla da vendere – mi dicevo – posso permettermi il lusso di farne a meno. Dei like.

Questo per rispondere alla mia amica artista. Che purtroppo, come molti altri artisti o sedicenti tali, in quest’epoca di vetrine social è costantemente a pubblicare e taggare, a computare like e visualizzazioni.

Il tema blog però, a prescindere dai fatti miei, è comunque un argomento interessante.

Emma Kunz, Work No. 013, Emma Kunz Zentrum.

Sento affermare spesso: si scrive per essere letti.

Non sono poi tanto d’accordo. O meglio: di solito è così, qualche volta no.

Perché?

Perché c’entrano i singoli scrittori e poeti e giornalisti, e le loro individualità e background sociali ed economici e intenzioni. C’entra poi la storia, intesa non soltanto come contesto storico, ma anche specificatamente come storia della divulgazione della parola scritta: è infatti indubbio che la tecnologia ha costantemente modificato la possibilità di fruire di contenuti, determinando, in particolare in ambito giornalistico, anche i modi e i tempi di realizzazione degli stessi.

[…]

I fattori che entrano in gioco a proposito della “lettura”, non esclusa quella dei blog, sono quindi molteplici.

Si scrive per essere letti.

Ma da chi?

Per chi scrive, questo quesito è altrettanto fondamentale della prima asserzione.

Per me, per lo meno, lo è stato sempre, in passato, quando ho scritto per giornali cartacei o magazine on-line. Ma lo è stato anche quando, oramai più di un anno fa, ho deciso di aprire questo blog.

Se quando ho avuto dei committenti, sapevo per chi stavo lavorando e qual era il target di riferimento, e che cosa ci si aspettava da me, nel caso di un mio blog-diario, il goal voleva essere semplicemente quello di lanciare una bottiglia nel mare di internet, con ben tappato dentro il seguente messaggio: cercasi compagni di strada coi quali condividere idee sulla letteratura, l’arte e la vita: prego astenersi mainstream e cultori del “modello di business”.

Il tutto in perfetta controtendenza, cioè senza secondi fini.

E senza l’assillo della “consegna”.

Dalla mia avevo che ero stanca dei committenti, delle teorie sulla comunicazione, del marketing della notizia, dei guru che con i loro post fanno tendenza… Non ne potevo più di chi mi illustrava i tempi medi di lettura on-line, di come usare le fake news «non tanto, solo un pochino, giusto per non farsi fregare dalla concorrenza»… Ed ero e sono letteralmente orripilata da quegli youtuber che acchiappano migliaia di like facendo per esempio scartare pacchetti ai propri pargoli o ingozzandosi di cibo fino a scoppiare – perché sono poi questi i “fenomeni” che sembrano muovere l’interesse di molti, anche in Italia, al punto da diventare argomento di trasmissioni di costume addirittura a Radio 24 (Gruppo 24 Ore).

Sono snob?

Emma Kunz, Work No. 012, Emma Kunz Zentrum.

La Donna in Verde del quadro di Matisse mi chiede tempo. Anche il libro che sto attualmente leggendo vuole la sua parte di attenzione. Stessa cosa il risotto che mi accingo a preparare per stasera. Per quanto mi riguarda, ho sempre più bisogno di concentrarmi su quello che faccio, senza lasciarmi distrarre dalla chat del cellulare o dall’impellente bisogno di controllare quanti like ho totalizzato col mio ultimo post su FB o Instagram. Senza dare un’occhiata a Linkedin o a Twitter. Una compulsione, questa, abbastanza inutile – sarebbe infatti ormai tempo che anche gli artisti o sedicenti tali se ne rendessero conto: nonostante i like sui loro profili e sulle loro pagine (la maggior parte delle volte cliccati da “amici” che ricambiano la cortesia), quasi sempre le loro vendite, quando ci sono, avvengono tramite ben altri canali.

Emma Kunz, Work No. 011, Emma Kunz Zentrum.

Dunque Matisse e la sua Woman in Green… La osservo ancora una volta.

Osservo questo quadro perché mi interessa.

Mi interessa sul serio.

Dunque ci spendo del tempo.

E mi chiedo: perché non dovrebbe essere la stessa cosa anche per un post? Perché non dovrei dedicargli del tempo e dell’attenzione se mi interessa?

Emma Kunz, Work No. 017, Emma Kunz Zentrum.

… E poi c’è chi si presenta, per esempio, come una specie di Sherlock Holmes e mette su tutto un castello di trovate per pubblicizzare il suo ambito professionale: l’editing. Divertente. Ma necessario?

… E il rivelare poi che si è appassionati di film sudcoreani e si preferisce in ogni caso il sushi? Boh!

[…]

Specchietti per le allodole.

Che comunque pare funzionino. Mi si assicura, anzi, che oggi si deve fare proprio così. Che la gente va incuriosita. E visto il livello culturale e di consapevolezza politica al quale si è scaduti un po’ dappertutto in Europa, ma in Italia forse di più, non ho purtroppo ragione di dubitare che sia vero.

Ma che razza di gente è questa, che si lascia turlupinare da specchietti per le allodole sempre più sciocchi e nel caso di taluni politicanti addirittura perniciosi? mi domando. Non ho una sola risposta. Ce ne sono tante.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, ho la strafottenza di prendermi la libertà di scegliere e di affermare che di questa gente faccio volentieri a meno. Che per me, per il mio blog-diario «che non si capisce», preferisco senz’altro avere un solo, vero lettore, che dei like ottenuti il più delle volte per noblesse oblige o procacciati, peggio ancora, assecondando l’imbecillità generale con qualche trucchetto.

Almeno qui, on-line, dove teoricamente ci dovrebbe essere posto per tutti, rivendico uno spazio anche per chi se ne infischia. Dei like.

Per chi non ha niente da vendere.

Per chi non è in vendita.

Per chi è snob [?].

 

P.S. Copertina: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Blog_(1).jpg

 

 

 

 

2 Comments

  1. Anna
    novembre 21, 2019

    Come è bello rispecchiarsi nelle tue parole, Emanuela. Grazie.

    Rispondi
    1. Emanuela Scuccato
      novembre 22, 2019

      Grazie a te!

      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scroll to top