Sulla felicità

Quand’è stato che sono stata felice a lungo, quasi ininterrottamente?

Conosco la risposta. È stato non molto tempo fa. Sull’Appennino ligure. Dove ho sperimentato una solitudine che è diventata con gli anni – più di dieci – un sempre più sereno distacco: materiale e intellettuale.

Seduta a un tavolino della Bäckerei (tipico Caffé-panetteria tedesco) annesso al supermercato del quartiere dove mi sono trasferita da qualche mese, mangio un bretzel senza sale. Niente caffè o cappuccino, perché qui, in questa città della Baviera, caffè e cappuccino costano più del doppio che in piazza Duomo a Milano. Quindi solo un bretzel: settanta centesimi e posso godermi, gambe sotto il tavolo, lo spettacolo al di là della vetrata.

Il parcheggio del centro commerciale all’una del pomeriggio è frequentato soprattutto da donne, giovani e meno giovani, e da qualche coppia in età di pensione. Auto e biciclette, tante biciclette equipaggiate di borse e cesti per il trasporto della spesa.

Accanto al mio piatto ormai vuoto, un piccolo libro che ho appena finito di rileggere. Mi sento triste. Questo libro mi costringe, infatti, a chiedermi della felicità. La mia e quella delle persone che mi stanno passando davanti adesso, oltre il vetro, abbrancate al loro bravo carrello. Ogni volta che lo prendo in mano, questo libro mi obbliga a interrogarmi sulla felicità del mondo. Il che, oltre a essere arrogante, è troppo difficile, troppo complesso per la mia infinitesimale esistenza, per gli strumenti di analisi ed elaborazione di cui dispongo.

Per questo sono triste, perché so di non essere in grado di venirne a capo.

Uno dei motivi che mi hanno reso felice lassù, in montagna, è stato poter disporre del mio tempo. E non è stata cosa facile, perché imparare a disporre del proprio tempo, quando si nasce in regime di schiavitù e si resta inchiodati alla schiavitù del denaro e di tutto quello che ne consegue per anni, richiede un duro lavoro, un lungo e tenace lavoro di dis-educazione.

Il silenzio ha fatto la sua parte. Giorno per giorno ha azzerato i rumori di fondo, inghiottito opinioni e proclami, finché non è restato quasi niente dei discorsi e degli slogan di prima. Il silenzio ha distrutto tutte le illusioni che credevo realtà, spogliandomi di ogni maschera fino a quando non ho potuto intuire ciò che soltanto è veramente essenziale (per la felicità): respirare, e respirare secondo il proprio ritmo. O almeno provarci.

Mario Giacomelli (Senigallia 1925 – 2000).

In E il giardino creò l’uomo – Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi e giardinieri, Jorn de Précy (o Marco Martella?) scrive:

Se la città moderna ha per scopo di affrancare l’essere umano dalla realtà, collocandolo in spazi totalmente artificiali e funzionali, la tecnologia mira a emanciparlo dal lavoro manuale, dall’opera del corpo, senza la quale l’opera dello spirito è nulla. Quella libertà non è che un miraggio, naturalmente, e la tecnologia non può che sfociare – ma cominciamo appena ad avvertirlo – nell’alienazione.

Alla stregua di Jorn de Précy, anch’io sono convinta che l’opera dello spirito sia nulla senza l’opera del corpo. Ne sono persuasa sia a livello intellettuale sia per esperienza personale. È un concetto difficile da spiegare, questo del lavoro manuale connesso all’elaborazione del pensiero, al manifestarsi della creatività, ma grosso modo mi sentirei di metterla così: se uno conosce la palestra del misurarsi concreto con la sua sopravvivenza, partendo da quella spicciola, di tutti i giorni, probabilmente la sostanza della sua produzione mentale (e artistica) – certe volte perfino la forma dell’arte (leggi Raymond Carver) – ne sarà inevitabilmente, in una qualche maniera, influenzata (leggi Peter Handke, in particolare “Storia con bambina”).

Mi spingo a dire che forse il lavoro manuale può, talora, essere un ottimo antidoto alla stupidità.

Mario Giacomelli.

Al di là del vetro di questo nuovo e lindo centro commerciale rivedo tutto quello che non mi piaceva prima dell’Appennino e che continua a non piacermi. Ma questo è il presente in Occidente, dunque anche il mio presente.

Il lavoro si concentra nelle città dove il tempo non basta mai e per fare posto al tempo “liberato” si costruiscono strade e centri commerciali: arrivare veloci, parcheggiare comodi, fare in fretta. La nostra libertà consiste, come diceva Tiziano Terzani, nel poter scegliere tra diverse marche di dentifricio e, oggi che Terzani non c’è più, in quella democratica “metrica di vanità” [Alberto Puliafito] che è il massacro dei click sui social.

Mario Giacomelli.

Lassù, sull’Appennino, anche la natura faceva la sua parte per la mia felicità. E il lavoro manuale che ad essa si accordava. Non solo piegarsi a terra per estirpare, seminare, piantare… anche il resto: segare la legna per l’inverno, imbiancare, cucire vestiti… Costruire e disfare. Qualche volta riuscire, qualche volta no. Al termine di una giornata impegnativa sedere per terra nell’orto e guardarsi attorno.

Mi sono sentita felice in questa felicità piccola, senza clamori, senza successo. Senza soldi.

Mario Giacomelli.

Un’altra cosa, tra le tante, che nel trascorrere delle stagioni mi ha lasciato dentro la montagna, è la consapevolezza della morte, nel senso più positivo del memento mori. La necessità, cioè, di vivere appieno, perché tutto ciò che inizia, finisce. Sembra una banalità. Non lo è. Anche questo richiede infatti un profondo lavoro di dis-educazione da falsi modelli di giovinezza, bellezza, salute imperiture. Nell’umiltà del riconoscere e accettare la morte in tutto quello che mi circondava, si è innestata una nuova forma di felicità: il piacere di godere responsabilmente del tempo, dell’aria, del corpo, delle relazioni, umane e non… adesso, subito. Senza rimandare a dopo l’Università, il lavoro, i figli, la pensione: le tappe cioè di una vita obbligata, alienata, le cui pause dall’angoscia consistono soprattutto, quasi per tutti, nello spendere denaro. Denaro inseguito e guadagnato ipotecando il proprio tempo, in un loop di performance sempre più difficoltose, ma che risponde perfettamente al “modello di business” sociale e culturale dominante.

Mario Giacomelli.

Poche righe e la “complessità” scade nella retorica, me ne rendo conto. Forse anche il libro di Jorn de Précy è retorico, e da solo non cambierà le cose. Ma è una voce che prova a farsi sentire, incrinata dalla paura che sia troppo tardi – ché è lo stesso di cui ho paura anch’io, nella mia piccolezza.

Vedremo finalmente che in fondo al deserto c’è solo un deserto. Sarà troppo tardi? Ci sarà ancora un giardino, accanto a noi, per dirci che sì, possiamo ritrovare la strada giusta, quella del ritorno? scrive Jorn de Précy.

No, non credo che potremo tornare indietro. In questa confusione, in mezzo a tutto questo strepito, è difficile vedere la strada. E poi quale “ritorno”, a quale età dell’oro? È mai davvero esistita un’età dell’oro per la stragrande maggioranza del genere umano?

Mario Giacomelli.

Quando torno a casa, sull’Appennino, a seconda delle stagioni passo la prima settimana a tagliare erba, potare gli alberi da frutto, sradicare le nuove acacie che spuntano dalle vecchie radici come un flagello. Dei fiori coltivati, a parte le rose più resistenti, ho dovuto scordarmi, ma è stato meglio così: ho scoperto la bellezza di tante specie spontanee che a poco a poco si sono impossessate di ogni singolo centimetro del mio vecchio giardino, per non parlare dell’orto, che non esiste più. Il piccolo appezzamento di terreno che è stato il mio mondo fantastico, il luogo della meditazione e di una gioia intima, quando solo gli animali selvatici, il vento, la pioggia, la neve avevano voce, si è inselvatichito. Se di tanto in tanto non provvedessi a fare un minimo di ordine, sarebbe di nuovo bosco.

Mario Giacomelli.

No, non possiamo tornare indietro. Anche se l’Appennino è sempre più selvaggio e spopolato, neanche lui (sì, lui) può tornare indietro. Si sta trasformando, come ci stiamo trasformando noi. Noi che non sappiamo qual è la strada giusta. E la stiamo cercando.

 

In copertina: “Sycamore Tree, Study for Pennsylvania Landscape”, 1941 Andrew Wyeth (1917-2009).

 

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