Flaminia Triva: primo frammento

Flaminia era un collo di bottiglia. Non potevo raccontare la sua storia e non potevo staccarmi da lei. Ero prigioniera. Quello che Flaminia rappresentava era il mio rapporto con me stessa. Col mondo. Con la mia capacità di stare nel mondo e di scriverne. Dentro di me c’erano più silenzi che parole.

Però continuavo a cercare il plot.

Certi dicono poi che la storia l’avevano dentro. Ma questa storia io sentivo che non ce l’avevo ancora. Potevo crearla. Ma mi faceva orrore. Come quando cerchi di darla a bere a qualcuno. Il mestiere di scrittore.

Sento alla radio Jean Luc Godard che interviene al Festival di Cannes. È dentro un cellulare e dice che bisogna pensare con le mani e non con la testa. Non so cosa intenda lui. So che è vero per me. Alla lettera. Per me la letteratura è pensare con le mani.

Flaminia era il personaggio ideale su cui costruire una storia. Che senso dovesse avere quella storia però non lo sapevo. Qualche volta provavo a essere lei. Ma non funzionava. Allora provavo a parlarle. La interrogavo. Ma neanche questo funzionava. Credo fosse perché tentavo di farle dire cose che non voleva dire. E comunque era un esperimento che Anna Banti aveva già fatto con Artemisia Gentileschi. Non mi sentivo all’altezza.

Il fatto che di Flaminia Triva l’unica cosa certa fosse la data di nascita favoriva inoltre la manipolazione.

Peter Handke mi aiuta a mettere a fuoco il problema.

Appena qualche giorno fa ho finito di leggere “Libera nos a Malo” di Luigi Meneghello. Da veneta ho riso molto. Luigi Meneghello era molto bravo. Se però dovessi scegliere tra lui e Peter Handke sceglierei l’austriaco.

Tutti e due sono raccoglitori di frammenti. Alla fine i personaggi di Meneghello sono però caricature. Tu ridi. Ma di loro ti resta solo l’odore. Invece Peter Handke mi dà anche fastidio. È tutt’un’altra lunghezza d’onda.

Flaminia mi pareva figura emblematica della donna artista prima dell’Ottocento. Mi interessavo a lei per questa ragione. Quando seppi che aveva collaborato col fratello anche a Piacenza andai subito in città.

Il “Mosè salvato dalle acque” nella Basilica di Santa Maria di Campagna era troppo in alto per poterlo vedere bene. Con “Ester e Assuero” le cose andarono meglio.

Il francescano che mi faceva da guida non conosceva né l’uno né l’altra dei Triva. Aveva però un vecchio libro sulla storia della chiesa e mi fece delle fotocopie. Seppi così che per il “Mosè” il Triva fratello fu pagato 14 doppie. Per “Ester” e un altro “Mosè” e un “Giacobbe” a completamento del retrofacciata ricevette invece un compenso di 183 lire.

In quelle pagine Flaminia era appena menzionata.

Il 4 luglio 2017 ho partecipato a Parma a un corso di aggiornamento che si intitolava “Giornalismo investigativo e cronaca nera: verità scientifica e ruolo dei media”. È stato interessante. Tra le altre cose sono venuta a conoscenza di una sorta di decalogo non scritto in uso tra i cronisti di nera. Il cosiddetto “Decalogo delle Cinque S”. Ossia Sangue Soldi Sesso Salute Spettacolo/Sport. Ingredienti da utilizzare non necessariamente tutti insieme.

Qualcuno dirà deplorevole. L’Ordine dei Giornalisti lo dice.

Però fa vendere. Quindi si usa.

In un ipotetico romanzo su Flaminia Triva almeno un paio delle “Cinque S” avrei potuto cacciarcele dentro. Un po’ di marketing.

Il fatto è che sono refrattaria.

Basilica di Santa Maria di Campagna (Piacenza).
Primo frammento.

31 dicembre 1647

Sono in viaggio da una settimana, nevica senza tregua. Oramai dispero di arrivare a destinazione per domani o al più per il secondo giorno del nuovo anno, come avevo promesso ad Antonio.

 

P.S. In copertina: Artemisia Gentileschi, “Maddalena in Estasi” (ca. 1620).

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